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“Fedora” di Umberto Giordano al Teatro Massimo Bellini

Al Teatro Massimo Bellini è andata in scena “Fedora” opera di Umberto Giordano rappresentata per la prima volta nel 1898, quando tutta Europa era scossa da attentati terroristici. Molti a quell’epoca ritenevano legittimo il regicidio. Gli oppressori del popolo (la “casta”, direbbero oggi populisti e demagoghi) subivano attentati da parte di esaltati e sediziosi, anarchici e nichilisti. Proprio i nichilisti russi aleggiano cupamente in “Fedora” e a loro viene attribuito l’omicidio del figlio del capo della polizia zarista. Nel proseguo della vicenda di “Fedora”, per la verità, si scoprirà che quell’assassinio era stato un delitto d’onore, compiuto sotto la spinta di “tempesta emotiva”: ieri come oggi i drammi della gelosia sono eterni.

Proprio il desiderio di vendetta anima Fedora, donna russa superstiziosa e delatrice (denuncia alla polizia il suo amante), appartenente al jet set, proprietaria – come tanti russi dell’alta società – di residenze di lusso a San Pietroburgo, Parigi, Svizzera. Il suo cognome è Romazov (per assonanza con la dinastia imperiale russa) e, da privilegiata qual è, teme che un rivolgimento rivoluzionario possa privarla del suo mondo dorato.

Decisamente un personaggio antipatico quello di Fedora, la sua è una “tragedia da operetta”, ma la sua storia merita di essere ripensata anche dal punto di vista del nostro presente. Bene ha fatto dunque la direzione artistica del Teatro Massimo Bellini ad inserire nella Stagione lirica quest’opera, tratta dall’omonimo dramma di Victorien Sardou, “cucìto” addosso all’attrice Sarah Bernhardt e andato in scena nel 1882, cioè l’anno dopo l’uccisione dello zar Alessandro II, colpito a morte dai nichilisti.

Il dramma di Sardou, scritto sull’onda emotiva dell’attentato allo zar, fu poi ridotto in tre atti per la scena lirica da Arturo Colautti. Dal punto di vista musicale la partitura di Umberto Giordano è complessa e presenta serie difficoltà per gli orchestrali, con sonorità che richiamano quelle alpine (come l’arduo passaggio di corno all’inizio del terzo atto, bene eseguito al Teatro Massimo Bellini) miste a note musicali di raffinata mondanità, evocate dal pianoforte a coda presente in scena nel secondo atto (con l’eccellente Paola Selvaggio).

La “Fedora”, diretta da Gennaro Cappabianca, ha presentato un cast di cantanti di valore che ha superato la prova del pubblico. Il cast è composto da Ira Bertman / Elena Rossi (19, 21, 23 marzo) Anastasia Bartoli, Sergey Polyakov / Ragaa Eldin (19, 21, 23 marzo), Ionut Pascu, Sonia Fortunato, Sabrina Messina, Andrea Bianchi, Riccardo Palazzo, Angelo Nardinocchi, Gianluca Tumino, Dante Roberto Muro, Salvo Di Salvo, Gianluca Tumino, Valerio Severino, Sebastiano Sicurezza.

Le evocativo allestimento, con scene di Alfredo Troisi (che firma anche i costumi ispirati ai ritratti di Giovanni Boldini) riesce a ricostruire fedelmente gli ambienti sfarzosi che rispecchiavano il gusto dell’epoca: bellissime, nel secondo atto, le finte vetrate con figure Art Nouveau dipinte alla maniera di Alfons Mucha. Nel terzo atto una irriconoscibile Fedora Romazov vive un’esistenza ricondotta alle proporzioni quotidiane: ricama e ha l’orto. Abbandonati gli abiti da sera, veste alla nazzarena; è il passaggio, anche visivo, da donna di mondo a “casalinga disperata”: inevitabile per lei il suicidio.

Il regista Salvo Piro fa muovere i cantanti sul palcoscenico senza ridicoli sdilinquimenti e svenevolezze, in voga al tempo in cui l’opera fu rappresentata per la prima volta con grande successo, al Teatro Lirico di Milano, con Gemma Bellincioni ed Enrico Caruso nelle parti principali. Ma il trionfo dell’opera di Umberto Giordano non dipese – a mio modo di vedere – soltanto dalla bellezza delle musiche e dalla bravura degli interpreti.

Si badi bene alla data del debutto: era il 17 novembre 1898. Appena un mese prima, un sedicente anarchico aveva ucciso in Svizzera (stesso luogo in cui è ambientato il terzo atto di “Fedora”) l’imperatrice d’Austria Sissi. Per lo spettatore di “Fedora” era facile fare analogie tra Sissi e il personaggio letterario: identiche le frequentazioni del gran mondo, uguale l’amore per i rifugi montani, simile l’età ormai matura e l’aspirazione a mantenere un bella figura modellata come una clessidra. Una curiosità: l’imperatrice Sissi trascorse la sua ultima notte in un hotel di lusso dove dormiva anche l’attrice Sarah Bernhardt, che abbiamo già ricordato come l’ispiratrice della “Fedora” di Sardou.

Per i cinefili val la pena ricordare in Italia “Fedora” è stata anche soggetto di due importanti film. Uno del 1916, con la diva Francesca Bertini come protagonista; l’altro del 1942, con la coppia di attori Ferida /Valenti (morti ambedue il 30 aprile 1945, al tempo della spietata guerra civile fra italiani). Le date dei due film, diretti rispettivamente da Gustavo Serena e da Camillo Mastrocinque, rimandano ai due conflitti mondiali e al pericolo rosso: in quel contesto, la storia di “Fedora” rappresentava la storia della Russia intera, giacché incarnava la prepotenza dell’impero autocratico e il pericolo del bolscevismo socialista.

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