“Dear Ludwig” di Nicola Costa al Teatro Canovaccio

Al Teatro Canovaccio, si sono concluse domenica 9 dicembre le cinque repliche che ogni sera hanno fatto registrare il tutto esaurito, di “Dear Ludwig”, dolori e passioni di un genio della musica, scritto, diretto ed interpretato da Nicola Costa, con Alice Sgroi (l’amata Teresa), Gianmarco Arcodipane (l’amico Wegeler), Franco Colaiemma (il narratore Goethe), Carmela Sanfilippo (la serva petulante), Angelo Ariosto (fratello Johann); assistente alla regia, Gabriele Pizzuto.

Nicola Costa ha brillantemente sviluppato la drammaturgia, partendo dal famoso testamento di Heiligenstadt, una lettera manoscritta che Beethoven scrisse ai suoi fratelli Kaspar Karl e Nikolaus Johann, il 6 ottobre 1802 a Heiligenstadt, appunto, un sobborgo di Vienna. Verrà ritrovata qualche giorno dopo la sua morte (nel marzo 1827) da Anton Schindler e Stephan von Breuning in un cassetto segreto della credenza della casa del musicista.

Genio già ad undici anni, porta il nome del nonno; la sua famiglia di umili origini contadine, proveniva dalle Fiandre in Belgio e si era trasferita a Bonn; infatti, originariamente il cognome doveva essere “van Bettehoven”. Prima di lui, due generazioni di musicisti: il nonno paterno era “kapellmeister” (letteralmente, maestro di cappella) ed il padre, tenore e musicista di corte.

La sua infanzia fu privata delle consuete premure ed attenzioni a causa del comportamento del padre che, oltre ad essere un ubriacone, oltre modo arrogante e severo verso la moglie ed i figli, impose al figlio Ludwig – di cui aveva già intuito le magnifiche inclinazioni – un percorso di studi che possiamo definire efferato ed inadatto per un fanciullo. Lavorò e studiò all’Università di Bonn dove venne notato dal conte Ferdinand von Waldstein che considerandolo “lo spirito di Mozart dalle mani di Haydn”, suggerì a Beethoven di proseguire gli studi a Vienna proprio con Joseph Haydn, impressionato dalle attitudine di quel giovane genio.

Nicola Costa ha voluto presentare il più grande esponente del Classicismo viennese sotto la luce più umana e meno espressa: un uomo sensibile, profondamente legato alla madre che per lui sarà conforto e guida ed infinito dolore quando morirà, ed ai fratelli ed al nipote Karl, figlio di Johann. La sua storica amicizia con Wegeler, quella con Goethe con il quale ebbe un rapporto burrascoso ma certamente basato  su un’ampia stima; lontani per età e carattere, furono per l’epoca i baluardi di una magnificenza priva di confronto.

“Il suo carattere non lo rende certamente ricco di gioia”, affermava Goethe di Beethoven del quale commentava, non senza indulgenza per il grave handicap che lo affliggeva, la personalità intransigente, la sua irresolubilità di fronte al potere, il suo biasimo per gli atti di deferenza a cui, sia contemporanei che predecessori, avevano dovuto adempiere per compiacere reali e borghesi. Beethoven ebbe sempre grande riverenza solo nei confronti della propria arte e non ammise mai di poter comporre su commissione; semmai, ebbe l’astuzia di dedicare poi opere già create e frutto soltanto della sua eccellente vis compositiva.

Sul palcoscenico del Canovaccio, viene dunque proposto con evidente bravura un Beethoven assai vicino a quello che doveva essere stato durante i suoi 57 anni di vita, avvilito da una precoce sordità e condizionato da continui dolori addominali. Alla sua morte, l’esame dei capelli ne svelò la causa dovuta ad avvelenamento da piombo che, all’epoca era presente in innumerevoli sostanze per la fabbricazione delle stoviglie e di oggetti di uso quotidiano, persino nelle acque termali alle quali il musicista ricorreva proprio per alleviare quei bruciori. Scriveva all’amico medico Franz Gerhard Wegeler: “…devo confessarti che conduco una vita infelice… sono due anni che evito qualsiasi compagnia, perché non posso dire alla gente che sono sordo…se avessi un’altra professione la mia infermità non sarebbe così grave, ma nel mio caso è una menomazione terribile! Devo mettermi accanto all’orchestra, altrimenti non odo le note acute degli strumenti”. Si racconta che avesse serrato le gambe al pianoforte per sentirne dal pavimento le vibrazioni; ma la tesi maggiormente accreditata è quella della bacchetta in metallo che stringeva fra i denti e poggiava sulla cassa di risonanza per percepire altrimenti il suono.

Nicola Costa ha compiuto un encomiabile lavoro di drammaturgia e d’interpretazione nella quale è stata palese la constatazione del genio che fu Beethoven, delle fragilità di quella bolla in cui si dovette confinare a causa delle sue invalidità. “Al chiaro di luna”, “Patetica”, “Appassionata” e la “Quinta sinfonia”, scelte a memoria del compositore, hanno donato quell’aura di grandezza e ricordato al pubblico lo stupore per una maniera di comporre, precedente e successiva alla sordità, rivoluzionaria ed audace per l’epoca (in pieno Illuminismo e postumi della Rivoluzione francese) ed assolutamente identificativa  e con caratteristiche romantiche sopravvissute ad ogni musicista di ogni epoca. Ha reso con precisione e grande coinvolgimento fisico le emotività di quel genio “eroico”, tributandogli caratteristiche veritiere e lasciando grande spazio alla musica che più che lite motiv si può considerare l’ennesimo “attore” in palcoscenico. Franco Colaiemma e Carmela Sanfilippo piacevolissimi nei ruoli rispettivamente di Goethe/attore narrante e della serva ribelle ma fedele e gradevole il giovane centauro/fratello Johann, Angelo Ariosto.

Avendo a disposizione attori del calibro di Alice Sgroi (Aquiloni, Shots con Francesco Bernava) e Gianmarco Arcadipane (Ippolito, ‘68 punto e basta), avrei pensato a dare ai loro ruoli uno spazio maggiore, implementandone le battute: avrebbe giovato allo scorrimento narrativo conferendo maggiore “distrazione” dal protagonista, trattandosi di un lavoro abbastanza lungo ed articolato in un unico atto: infatti, in alcuni momenti, si ha la sensazione che il lavoro sia poco collegiale e molto monologato.

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