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Concerto di parole in memoria delle vittime dell’Olocausto di Giovanni Anfuso con Liliana Randi a Santa Teresa di Riva

È da poco passato il 27 Gennaio giornata dedicata alla vittime dell’Olocausto posto in essere dai nazisti e dai loro alleati nei confronti degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, dei massoni, dei disabili, dei malati di mente, dei testimoni di Geova, delle minoranze etniche e degli oppositori politici: circa 15 milioni di persone, cittadini europei, cancellati tra il 1933 e il 1945 secondo la stima del Museo dell’Olocausto di Washington. Quasi tutti i sopravvissuti ci invitano a non relegare la memoria di quest’atrocità in un giorno soltanto, ma di fare opera continua di sensibilizzazione soprattutto verso le giovani generazioni per evitare il pericolo che dall’oblio possa rinascere la “bestia”.

È in questo contesto che si inserisce la lodevole iniziativa del Nuovo Teatro Val D’Agrò di Santa Teresa Riva in provincia di Messina gestito dall’associazione culturale Sikilia e diretto da Cettina Sciacca, che ha inserito nel suo cartellone invernale lo spettacolo “Auschwitz: viaggio all’inferno” scritto e diretto da Giovanni Anfuso e interpretato dall’attrice Liliana Randi che approda in Sicilia dopo una serie di tappe nei teatri di Roma, Fiumicino e Civitavecchia oltre a rappresentazioni nelle scuole in collaborazione con l’Ambasciata d’Israele.

L’ambientazione è quella evocata dal blocco 5 che nel campo di Auschwitz dove sono accatastate migliaia di valigie appartenute ai deportati e spogliate di tutti gli oggetti e ricordi di una vita che contenevano. “Una montagna di borse vuote, piccole e grandi, tutte diverse. Ognuna con un nome, un cognome, un indirizzo”, ci dice Giovanni Anfuso, lo spettacolo è nato sulla scorta di interviste e testimonianze raccolte frequentando la comunità ebraica di Roma, cucendo fra loro i ricordi dei sopravvissuti e dei loro familiari. Fra questi anche i racconti di Liliana Segre e dei suoi incontri con i ragazzi delle scuole.

“Ogni valigia – continua Anfuso – trasporta una speranza e una storia. La storia di chi è rimasto lì ma anche di chi è riuscito a tornare per raccontarla e che, nonostante tutto, non ha mai chiesto vendetta, solo di non dimenticare. Quelle valigie sono la dimostrazione che gli uomini, le donne e i ragazzi, a cui appartenevano, sono passati da lì. Così nessuno potrà mai dire che quelle persone non sono esistite. Nessuno potrà mai cancellare Auschwitz”.

Lo spettacolo ha un’unica scena con una catasta di vecchie valigie al centro e si sostanzia in un monologo composto dalle storie che vengono narrate da Liliana Randi. Nient’altro. Tutta roba che potrebbe leggersi tranquillamente nel salotto di casa.

Ma volete mettere l’emozione di stare seduti su delle comode poltrone di stoffa rossa, ignifuga in attesa che si apra il sipario, con la curiosità di indovinare cosa si nasconde dietro di esso, dopo che s’è letto il biglietto di sala, in genere, tutto da decifrare; volete mettere il suono del brulicare – a tratti festoso – degli spettatori che si smorza e tace nel giro di due secondi, la scena che si svela, l’attrice che si presenta nella sua complessione, il suono della sua voce, … potremmo continuare ancora, ma ci fermiamo per dire che tutte queste cose sono emozioni che non avremmo mai provato seduti su un divano a leggere il libro dello spettacolo.

Il Teatro è emozione, emozioni plurime che scavano tra le pieghe semisconosciute del tesoro interiore che ciascuno porta dentro di sé: aggiungi che il regista dello spettacolo è Giovanni Anfuso e l’attrice è Liliana Randi e direi che s’è raggiuto quasi l’inarrivabile del rivelabile.

Contenuto e natura del testo non potevano non indurre ad una scarna regia e ad una scena essenziale e, con la rinuncia a qualsiasi immagine o espediente che di solito in questi casi si usa per corroborare il messaggio che si vuol far passare, si è puntato sulla presenza dell’attrice, sull’effetto emotivo e spettacolare dell”uso armonico della voce e dei messaggi paraverbali che il corpo e il volto dell’attrice avrebbero potuto trasmettere.

L’espediente è riuscito alla grande, come si suol dire. Il pubblico s’è emozionato, ha compreso e gradito la rappresentazione interrompendo sovente con applausi la performance dell’attrice a testimoniarle che era con lei a patire il disagio, le pene e il disgusto che ella viveva sulla scena. Davvero un bel vedere e un bell’ascoltare.

Liliana Randi ha dato fondo a tutta la sua bravura, alla professionalità e alla passione che il mestiere dell’attore richiede. Ha accompagnato ogni singola parola sceneggiandola col corpo, con gli occhi, con l’uso accorto dello spazio scenico e, soprattutto con la modulazione della voce e col controcanto dell’espressione del volto. Una specie di concerto di parole, volto e corpo da fare invidia al maestro Grotowski, realizzando quella “comunione percettiva” che è l’apoteosi più che del fare, dell’essere teatro.

Doveroso citare l’ottimo lavoro di Roberto Angelini per gli elementi scenici, i costumi di Giulia Morandi, le luci di Davide La Colla e la fonia di Enzo Valenti.

Matteo Licari Autore
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