Angelo D’Agosta, Liliana Randi e Davide Sbrogiò, con la regia di Giovanni Anfuso, fanno rivivere la Divina Commedia al Castello Ursino, nel settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri

Inferno, Suite per Dante è stato costruito per essere più agile rispetto alla versione rappresentata in questi anni nelle Gole dell’Alcantara, nelle Cave del Gonfalone a Ragusa e a Noto, e poter così raggiungere il pubblico, in tempi di pandemia, in maniera più capillare. Scene e costumi sono di Riccardo Cappello, le musiche di Nello Toscano e i movimenti scenici di Fia Distefano. L’aiuto regista è Agnese Failla. Dopo Catania lo spettacolo sarà rappresentato nel chiostro dei Benedettini di Militello il 17 settembre alle 21 e il giorno dopo alla stessa ora nel Cortile dei Gesuiti a Noto.

“Ogni volta che ci confrontiamo con Dante – ha sottolineato Giovanni Anfuso – accade qualcosa di particolare, di speciale. Un legame quasi magico si instaura tra chi propone i versi del Poeta e chi li ascolta. E a smentire chi si ostina a sostenere che di Cultura non si mangia e che quello di oggi è il mondo dei social e della povertà del linguaggio, si rinnova quel che noi definiamo ‘Il miracolo di Padre Dante’”.

“Così, un altro momento emozionante – ha aggiunto – lo abbiamo vissuto sul palcoscenico della Corte del Castello Ursino di Catania: è stato gratificante vedere tutto quel pubblico, assorto, che ripeteva, in sinc con gli attori, i versi dell’Alighieri.  Ancora una volta Dante ha trionfato”.

  

Il ghibbellin fuggiasco lo fa indistintamente e senza sosta da sette secoli esatti!

Dante battezzato Durante Alighiero degli Alighieri, recita ogni enciclopedia cartacea e digitale, “è stato scrittore, poeta e politico italiano, nato a Firenze, tra il 21 maggio e il 21 giugno 1265  e morto di malaria a Ravenna, presumibilmente nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321”. Per buona parte della propria vita ha vissuto bramando di affrancarsi dal proprio esilio, tanto che la nascita della Divina Commedia si lega alle proprie vicende biografiche.

L’8 giugno del 1290, accade un evento spiacevole nella sua vita: muore Beatrice. Dante, che mai più si riprenderà da quel dolore, non avendo in vita saputo manifestarle i propri sentimenti considerandoli inadatti a donna “tanto gentile e tanto onesta…”, le dedicherà tutti i versi scritti per lei riordinandoli nella Vita Nova, promettendo nel finale il componimento di un’ poema paradisiaco in sua gloria per “dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna”, presagendo  – si ritiene – l’impresa letteraria della Divina Commedia.

Ma si fa distrarre dall’impegno politico, soprattutto dall’attività legata ai compiti di priore, massima magistratura fiorentina. Nel 1301, viene processato dal giudice Messere Paolo da Gubbio che lo accusa insieme ad altri tre priori del reato di “baratteria” per avere speso i fondi pubblici in modo superiore al consentito, procurando danni agli interessi della città, di Bonifacio VIII e della parte nera dei guelfi dove c’erano i banchieri del Papa. La politica locale s’intreccia con quella nazionale, quando il papa chiede a Firenze l’invio di truppe e Dante prende posizione perché vuole limitare il sostegno solo a pochi mesi considerando eccessive le pretese di espansione del pontefice. E Bonifacio VIII gliela fa pagare: Dante viene coinvolto nelle paradossali conseguenze della divisione prima fra Ghibellini e Guelfi, ed un’ulteriore di questi ultimi in Guelfi Bianchi e Guelfi Neri; condannato in contumacia, viene considerato un traditore dalla stessa sua fazione per non aver preso parte alla Battaglia di Lastra che, se vinta, avrebbe consentito ai guelfi bianchi di rientrare a Firenze nel 1304. Dante si vendicherà di Bonifacio VIII, (che nella sua opinione rappresenta l’emblema della corruzione morale della Chiesa, colui che ha trasformato la tomba di Pietro in una “cloaca del sangue e de la puzza” ), collocandolo fra i Simoniaci nella terza bolgia, anche se egli all’epoca era ancora in vita.

La Divina Commedia è un capolavoro e non solo perché opera audace scritta in un linguaggio simile al parlato, ma soprattutto perché è il racconto delle colpe per bocca degli stessi protagonisti che si offrono non alla condanna dei tre inusuali visitatori e dei lettori ma al loro ascolto imparziale. Dante scrive delle infamie, delle viltà e dei vizi in cui erano trascesi gli umani, narra di personaggi storici che tanto hanno cambiato il suo destino, quello di altre genti, e per molti nutre rancore… Ma tale sentimento terreno viene rimodulato da una pietà impensabile nel momento in cui  l’autore diviene ospite dell’Aldilà, è risucchiato da limbo, cerchi e gironi, visitatore stupefatto a cui spetta il privilegio di constatare la forza e il potere ineguagliabile degli strumenti divini che infliggono punizioni eterne. La compresenza di Beatrice e Virgilio, grazia divina e saggezza, lo inducono a riflessione, per ricordare a se stesso delle sue controversie conclusesi drammaticamente con l’esilio, e che anche il convincimento di essere dalla parte dei giusti, della ragione viene messo in discussione laddove “lasciate ogni speranza voi che entrate” come se l’autore avesse bisogno, alla fine della propria esistenza che avverrà appena compiuto il poema, di espiare in prima persona tutto il livore che lo aveva accompagnato per buona parte della sua vita, scatenato dai tentativi infruttuosi di rientrare nella sua Firenze.

Privati dell’allestimento scenico naturale dei luoghi in cui l’Inferno di Giovanni Anfuso sino all’anno scorso è stato rappresentato, – versione opulenta per scenografie e numero di artisti – è dunque decisivo il compito degli attori, responsabili di evitare il rischio di una declamazione già sentita. Il regista ne ha selezionati tre e ha affidato loro l’incarico di lavorare sulla parola, sul verso, sulla terzina incatenata, sull’endecasillabo”. Anche questo risultato (complici i profili severi del Castello Ursino) è di indubbio successo. Magari, sarebbe stato maggiormente evocativo, a mio parere, l’uso di luci più smorzate ed orizzontali per amplificare con la proiezione di ombre lunghe le atmosfere fantastiche; inoltre, avrei girato il palco, sfruttando il lato ovest della corte per inglobare la scalinata.

Dicevamo, dunque: Giovanni Anfuso ha creato un antefatto cronologicamente avanzato rispetto al 1300 traendo gli avvenimenti dal sogno di un libro di ragazza che racconta ricordi e fantasie. I tre attori diventano tutti i personaggi principali del viaggio di Dante: Liliana Randi è Beatrice, Davide Sbrogiò, Virgilio e Angelo D’Agosta è Dante; danno anche il volto e prestano la voce alla Beata Vergine, Santa Lucia, Caronte, Paolo e Francesca, le Erinni, Ulisse, il Conte Ugolino e Lucifero. Impiegati in un arduo compito, hanno saputo riempire di pathos ogni verso ed ogni movimento, riprendendo i registri della tragedia greca, gestendo con impagabile bravura il cambio di “maschera”, di personaggio, non soffrendo e facendo patire incespico alcuno, accompagnando le rime ad un’ampiezza calibrata del gesto, alla caricatura dell’espressione. Liliana Randi, Angelo D’Agosta, Davide Sbrogiò hanno lasciato alle parole il compito di rappresentare l’immagine, e lo hanno fatto col potere della “grafica”, riuscendo ovvero a circondarsi di anime dannate, corpi spenti nell’inconsistenza della morte e dalla negazione del perdono, da laghi melmosi, fiumi neri e dirimenti la vita dalla morte. A tratti sembrava di vederli sullo sfondo delle illustrazioni del Dorè: uniche figure a muoversi nell’ambito di quelle ambientazioni tristi, oscure e pietose. Bravissimi ed emozionanti.

Giovanni Anfuso rende spesso omaggio ai piani inaspettati, quelli che emergono dal già tracciato dalla storia, quelli dell’ulteriore significato, quelli in cui l’intrigo viene sciolto e svelato con semplicità a tutti. Una visione democratica della cultura che deve essere per tutti e che una volta riacciuffate le Stelle, riaccese le luci e usciti da ogni Altrove chiamato teatro possano accompagnare ogni spettatore nella fascinazione.

 

 

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