Per sostenere i progetti di pulizia del mare e delle spiagge sostieni la Federazione Armatori Siciliani con un bonifico volontario al codice IBAN IT90V0617526201000000445380 intestato a “Federazione Armatori Siciliani” costituita con atto pubblico in data 15-07-1991.

Amore e morte all’ombra della zolfara

CATANIA – “L’asino va picchiato, perché non può picchiare lui; e s’ei potesse picchiare, ci pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi”. Se di manifesto c’è bisogno; questa “sentenza”, che Rosso Malpelo rivolge all’amico Ranocchio, lo è del Verismo di cui fu ineffabile fondatore Giovanni Verga. Essa ci dice, non solo della violenza e della brutalità di cui la vita dei Vinti è intrisa, ma – mirabilmente – del suo presupposto: l’integrale assenza della Speranza.
C’era attesa in città per la prima della pièce “Fiori di zolfo” che l’autrice Melania La Colla ha dato alle scene l’altra sera al Teatro ABC di Catania per la regia di Francesca Ferro. A dire il vero le attese erano più d’una: dalle musiche originali del Maestro Gabriele Denaro, agli allestimenti di Arsinoe Delacroix e alla capra girgentana che avrebbe calcato le scene a pieno titolo con l’intera compagnia, alla regia della giovine Francesca Ferro; ma più di tutti, si deve dire, incuriosiva il testo che, i fortunati che l’avevan letto, dicevano bellissimo! A chi scrive, confesso (si perdoni il voluto anacoluto), interessava capire come si potesse oggi rappresentare un mondo scomparso non solo dalla realtà effettuale, ma scomparso persino dalla realtà immaginifica dei contemporanei e relegata nel campo del linguaggio simbolico; quale lingua avrebbero parlato i protagonisti, quali i temi che li avrebbero visti interagire, quale weltanschauung sarebbe stata rappresentata, giacché il titolo gentile e misterioso non lascia trasparire alcunché.
La vicenda è collocata agli inizi del secolo ventesimo all’interno delle case addossate nei pressi di una delle tante zolfare della Sicilia centrale e narra dell’amore sfortunato di Antonio (Francesco Maria Attardi) e Sara (Loredana Marino), della sorella di lei Matilde (Francesca Ferro) anima nera di tutta la storia; attorno ad essi interagiscono i due genitori don Calogero (Aldo Toscano) e donna  Lucia  (Ileana Rigano), Alice Ferlito (Za Nunzia), i minatori Michele (Vincenzo Ricca), Biagio (Giovanni Maugeri), il gerente Cosimo (Maurizio Nicolosi)  e le ricamatrici (Alessandra Falci, Mariarita Mirabella e Daniela Mulè).
Al calar della tela ogni dubbio si disvela e ogni domanda trova risposta. Abbiamo assistito ad un dramma che, nonostante i tentativi registici di alleggerimento, come tale è stato percepito dagli spettatori perché tale era. Un dramma, il cui ordito narrativo ha posto l’ambiente minerario sullo sfondo, ma che ha mostrato, con diligenza, dinamiche interpersonali che attraversano i luoghi e i tempi. I personaggi agivano cent’anni fa, ma avrebbero potuto agire oggi a New York come a Voghera o a Mussomeli, laddove l’umanità incontra la violenza, l’avidità, il demone del potere, la volontà di dominio dell’uomo sull’uomo, l’estremo bisogno, l’abiezione morale, l’incomprensione affidata alle parole, i giochi del destino cinico e baro e, last but not least,  la morte della Speranza e la rassegnazione: in una parola ciò che fa dell’Uomo un Vinto, secondo la lezione immortale di Verga, Capuana e De Roberto. Si, possiamo inserire con merito Fiori zolfo tra le opere neoveriste, caratterizzata da una leggerezza che non cede al gusto corrente dell’ottimismo politically correct , ma nemmeno alla disperazione urlata e priva di dignità. L’eccellente l’intreccio drammaturgico ha confermato Melania La Colla come una delle autrici di teatro più apprezzate del momento, che dà lustro alla nostra città e che è senz’altro pronta per la ribalta nazionale. Adeguate e accattivanti sono state le musiche originali, composte per l’occasione del maestro Gabriele Denaro. Nonostante talune imperfezioni tecniche, le diseconomie delle luci sulla scena e qualche esitazione, frutto della probabile necessità di qualche prova in più, il collettivo ha funzionato molto bene ed ha reso appieno il senso del dramma e le scelte registiche di Francesca Ferro.  Magistrale, impeccabile, a errori zero è stata Ileana Rigano; al posto giusto, Aldo Toscano ha dato al personaggio tanto di sé; sanguigna e puntuale Alice Ferlito. A lei è stato affidato il messaggio “politico” della storia, tutto nella battuta:”Qui, gli uomini la madre li partorisce una volta sola, ma la terra lo fa tutti i giorni, quando escono vivi dalla miniera.” Splendida battuta per nulla valorizzata dall’assetto scenico. Esuberante poi, nella scena come nella vita Francesco Maria Attardi, ha infuso l’ottimismo di cui il suo personaggio era permeato a piena mani (troppe, forse). Davvero convincente la prova di Loredana Marino, il personaggio più bello della tragedia in cui si trasforma il dramma, la più “vinta” di tutti (una donna, manco a dirlo!) che carica su di se il peso di ogni sventura, che si rifiuta di “picchiare l’asino”, sconfiggendo così l’abbrutimento dell’ambiente che la circonda, attraverso la misericordia che si intravvede appena e che ha sede nell’animo suo, infusa – chissà – dalla Santa Vergine che non l’abbandonerà.

Foto di Dino Stornello

guestauthor Autore
Sorry! The Author has not filled his profile.

Lascia un commento

Ti potrebbe anche interessare...

Migdalor/Faro – Rubrica di Ebraismo

I Samaritani

Annunci

Il lato oscuro di musica e letteratura

Il Libro

La linea della fertilità

Annunci