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Io sono, “Qui e altrove” (La paura come stargate)

Uno degli aspetti fondamentali, su cui si basano tanti ordini iniziatici e movimenti di pensiero, è quello della Purificazione. Dal latino “rendere puri”, la purificazione allude ad un lavoro interiore di pulizia, di eliminazione degli scarti, di eliminazione del superfluo, di tutto ciò che, in qualche modo, potrebbe costituire un impedimento ad essere migliori: infatti, se non siamo puri, non solo non potremo accedere a ciò che comunemente è inteso come “Regno dei Cieli”, ma c’è di più: se non siamo puri, non possiamo accedere alla vera Conoscenza e, se anche vi riuscissimo, ne faremmo un uso sbagliato e deleterio, nei nostri riguardi, nei confronti degli altri e del mondo intero. Tendiamo alla purificazione quando ricerchiamo dentro di noi questi piccoli scarti di noi stessi, attraverso un lavoro di introspezione che gli antichi greci sintetizzavano nelle parole “γνῶθι σεαυτόν” (pron: ghnosi seautòn), il “nosce te ipsum” dei latini, un tuffo nel nostro io più profondo che ci consentirà di liberarci di tutto ciò che impedisce la nostra crescita personale.

Una forma di negatività di cui dobbiamo, certamente, cercare di liberarci è quella della “paura”.

La paura è un istinto naturale e primordiale determinato dalla consapevolezza dell’esistenza di un pericolo: infatti, la mancanza di paura di fronte ad un pericolo non può che essere considerata incoscienza o comunque frutto di irrazionalità: sono incoscienti e senza paura solo i bimbi piccoli e gli adulti quando hanno perso il senno. Pertanto più che annullare la paura, è meglio parlare di “controllo” della stessa, e parlare di controllo della paura comprende l’idea che la paura debba “comunque” essere presente nel nostro animo, e così, non dobbiamo “minimamente” pensare di eliminarla, ma dobbiamo soltanto impedirle che possa, da un lato alterare la nostra risposta fisica e neurologica, dall’altro lato dobbiamo impedirle di sconvolgere e travolgere la nostra capacità di pensare, capovolgendo la nostra sensibilità: infatti, abbandonandoci alla paura, perdiamo la calma ed il sangue freddo che occorrono per riuscire ad affrontare al meglio le situazioni. Spesso la paura nasce infatti dall’istinto di autoconservazione e di sopravvivenza, per cui, di fronte ad una situazione di pericolo, si reagisce, come già facemmo in epoche preistoriche, con l’attacco, espressione di “animosità”, o con la fuga, espressione di “vigliaccheria”. Giunti ora a questo livello evolutivo non possiamo tuttavia che constatare che, sia l’idea dell’attacco, che quella della fuga, siano ormai da accantonare per andare “oltre”.

Da sempre i giovani più trasgressivi cercano lo “sballo” compiendo azioni “spericolate” ed al limite della pura follia, col solo unico scopo di dimostrare a se stessi ed agli altri di essere forti e coraggiosi, dal momento che considerano “coraggio” la capacità di affrontare il pericolo con spavalderia, sfidando persino la morte. Questi atteggiamenti hanno di per sé un certo fascino, dal momento che il controllo della paura conduce ad una trasmutazione che, rendendo chiara la situazione di pericolo, mette in equilibrio l’istinto di autoconservazione e quello autoannientamento, innalzandoci ad un più alto livello di consapevolezza.
Quando la paura si insinua nel nostro animo, infatti, genera una reazione istintiva nel tentativo di preservare “qualcosa”, che può essere la vita, o anche altro ma, certamente, sarà qualcosa che amiamo. Paradossalmente spesso ciò che più amiamo è proprio la nostra stessa vita, sicché una delle paure che maggiormente ci affliggono è certamente la paura della morte, soprattutto dal momento che poco sappiamo concretamente di essa, ma certamente sappiamo che si concretizza come distruzione della nostra ed altrui fisicità.

Fabrizio Mariani diceva che “Bisogna andare più in là, oltre queste suddivisioni (peraltro anch’esse apparenti) di quella totalità mortale che definiamo come “uomo” per scoprire che, oltre la struttura fisica, oltre le emozioni, oltre il pensiero, permane, in questa creatura autocosciente, la percezione intuitiva del suo essere qui e altrove, su tutti i livelli, percezione che si è soliti indicare per l’appunto, con la locuzione Io sono”.
Infatti, se la paura nasce da ciò che non conosciamo, attraverso l’autoanalisi, possiamo accostarci alla conoscenza ed alla comprensione di come la nostra anima sia contemporaneamente presente “qui e altrove”: di ciò si può facilmente aver cognizione anche attraverso particolari forme di meditazione, come ad esempio i cosiddetti “viaggi astrali”. Per quanto secondo alcuni il viaggio astrale possa essere pericoloso, secondo altri invece non sussiste alcun pericolo, dal momento che in astrale il tempo è “schiacciato” in un eterno presente, e tutta l’eternità è compressa in un unico solo istante.
Come diceva Howard Phillips Lovecraft, “la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto” e quindi la si può superare soltanto conoscendo l’ignoto. Per superare la paura della morte occorre quindi intraprendere un viaggio interiore alla ricerca del nostro Sé superiore presente “altrove”.
Accade spesso però che proprio all’interno di tale viaggio emerga la paura del Sé, causata dalla frammentazione dell’ego, di cui potremmo parlare a lungo, anche semplicemente partendo dal pirandelliano concetto di “Uno, nessuno e centomila”: gettare la maschera equivale infatti alla scoperta del nostro essere come “espressione di più personalità” contemporanee, che emergono e si realizzano in funzione di quale “mostro interiore” abbia, di volta in volta preso il sopravvento. Ed allora, io chi sono? Io sono “uno”, oppure io sono “tanti”? Ecco nascere dunque la paura che, ricordiamolo, è autodifesa, baluardo per non cedere alla follia, e solo l’esperienza meditativa potrà portarci a trovare dentro di noi quel punto di equilibrio che permetta di “guidare” la paura, dominandola come un cavallo imbizzarrito, e infine cavalcarla. L’esperienza ci insegnerà che tale equilibrio sarà raggiunto solo nel momento in cui avremo deciso di controllare la paura, nel momento in cui avremo deciso di fronteggiarla: solo allora ella si dissolverà.

Hernán Huarache Mamani parla di “prove” che debbono essere superate per potere raggiungere particolari forme di iniziazione: non solo uomini, come lo stesso Mamani in “Negli occhi dello sciamano”, ma anche donne, come le protagoniste de “La profezia della curandera”, “La donna della Luce”, “La donna dalla coda d’argento”, ed altre ancora in altri libri, devono superare delle prove iniziatiche che fortificano la loro capacità di controllo della paura, come ad esempio la capacità di guardare ad una distanza ravvicinata gli occhi di un serpente velenoso per riuscire ad ipnotizzarlo “convincendolo” ad allontanarsi, o quella di scivolare improvvisamente nelle sabbie mobili, o quella di sopravvivere nelle viscere della terra per settimane, da soli, al buio più totale, con poco cibo ed in preda ai fantasmi del nostro “io” che, come mostri, assalgono la coscienza e la spingono alle soglie della follia. Di fronte alla morte fisica che rapidamente giungerà, l’ego deve fare una scelta: disperarsi ed abbandonarsi alla paura oppure annientarsi per ritrovare se stesso, il suo Sé superiore. Confrontarsi con la paura, dunque, porta alla consapevolezza del Sé ed alla illuminazione ed è per questo che in varie epoche passate, particolari forme di iniziazione sono state legate a situazioni di pericolo estremo.

Si trovava in mare e galleggiava in acque piacevolmente fresche, guardando una scogliera: vedeva due coppie di giovani che, correndo, saltavano da una altissima rupe giù dentro il mare. Una donna perse l’equilibrio scivolando sulla scogliera bagnata, tutti comunque giunsero nelle acque che li inghiottivano, mentre egli, che guardava da lontano, temeva per la loro sopravvivenza, anche quando, una volta riemersi, faticosamente si liberavano degli indumenti che li appesantivano ed impedivano i loro movimenti. Andò a nuoto verso destra, parallelamente a loro, lungo un tratto di mare, finché non si ritrovarono all’interno di una cavità, una caverna, dentro la quale avvenne una iniziatica cerimonia nuziale.

Anacreonte: “Saltando dalla rupe Leucade, io mi tuffo nel mare schiumante, ebbro d’amore”.

Anacreonte si riferiva ai Misteri Eleusini, e cosa hanno in comune una iniziazione, la paura, l’amore, la morte ed i Misteri Eleusini?

“Έρως και το θάνατο”, Amore e morte, è un antichissimo topos letterario, ed una delle paure che maggiormente ci affliggono è la paura di amare. Spesso, rinunciamo ad amare, magari solo perché gli errori di precedenti amori sbagliati ci hanno creato ansie e timori per l’avvenire. A volte si hanno complessi di inferiorità e la paura di amare nasce dalla nostra falsa credenza di non essere degni di essere amati ma, con tanto coraggio, bisogna andare “oltre” e “sentire”, “percepire” l’Amore vero e profondo di chi, in nome di questo Amore, è pronto a sfidare la morte, gettandosi da una altissima rupe.

“Il mio amore per te è talmente grande che nemmeno la morte potrà annientarlo e sono qui per mostrarti che io non ho paura di morire per te”, recitavano quei giovani guardandosi negli occhi, prima di gettarsi nelle onde spumeggianti.

I Misteri eleusini, dal nome della città greca di Eleusi dove vi si svolgevano, erano dei riti iniziatici, e quindi segreti, del culto di Demetra (Cerere) e di Kore-Persefone (Proserpina): la permanenza di quest’ultima nell’Ade per sei mesi determinava l’inverno durante il quale la natura moriva per poi rinascere a primavera: per questo motivo i rituali prevedevano invocazioni alla morte nella certezza di una successiva rinascita ma, come abbiamo visto con Mamani, trovarsi di fronte ad una possibilità reale e concreta di morte genera il salto verso la consapevolezza del Sé superiore.
L’iniziazione ai Misteri Eleusini prevedeva dunque un passaggio vibrazionale: si partiva da un Amore umano, che si espandeva fino a raggiungere l’Amore Universale e Cosmico, perché solo l’Amore umano ci dà la forza di affrontare qualunque paura, persino la paura della morte, mentre la paura a sua volta induce alla consapevolezza del Sé cosmico e divino che è dentro di noi. Come mitologicamente rappresentato da Caronte che traghettava le anime nell’Ade, la paura svolge quindi la funzione di psicopompo, di traghettatore, di tramite, di stargate, tra uno stato di consapevolezza ed un altro.

Quella iniziazione quindi era, probabilmente, nient’altro che una catabasi interiore, quella che gli alchimisti chiamano VITRIOL: “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam” cioè “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”. Tale famosa frase allude infatti alla metafora di un percorso interiore come quello della meditazione, dell’introspezione, o anche di una iniziazione, durante la quale, in un attimo di illuminazione, “Rectificando”, cioè, nel nostro caso, trasmutando quell’istante di paura in Amore Cosmico, sarà possibile ritrovare la pietra filosofale nascosta dentro di noi, cioè la Scintilla Divina. Si può quindi sfruttare la paura come stargate, come portale, come mezzo di trasmutazione e di accesso a quei particolari stati di coscienza che ci daranno la consapevolezza del Sé superiore? Ma come avviene questa rettifica? In che modo si realizza e si concretizza questa trasmutazione?

Plutone, lo stesso che “Ade” nella mitologia latina, lo stesso che “Serapide”, il cui tempio e la cui statua, ad Alessandria d’Egitto, furono distrutti mentre Ipazia veniva trucidata, era il Dio dell’Oltretomba, il Dio degli Inferi e viveva nelle viscere della terra, dove accoglieva i defunti: era cioè un Dio “psicopompo”. Secondo antiche leggende Egli rapì Persefone sulle rive del lago di Pergusa e la portò con sé all’interno della terra. Ecate vide tutto e gridò, invocando la madre Demetra che, infuriata, lasciò che la Terra perisse. Successivamente Zeus ordinò a Plutone di lasciare libera Persefone per sei mesi all’anno, durante i quali Ella tornava sulla Terra, determinando il ritorno delle belle stagioni: della Primavera e dell’Estate
Nel nome di Plutone quei giovani avevano superato la paura della morte, avevano compreso che la paura bloccava i loro movimenti, nel momento in cui precipitavano verso il fondo del mare. Essi avevano compreso che la forza del loro Amore li aveva resi leggeri e solo così erano riusciti a tornare in superficie. Essi avevano compreso perfettamente la lezione necessaria: la paura, trascinandoci verso il basso, uccide, mentre l’Amore, che è vita, ci innalza verso l’Altissimo.
Infatti, tutto ciò che esiste sulla terra, comprese le particelle atomiche e subatomiche, sono sottoposte a campi vibrazionali, ed è stato osservato come la paura sia una emozione che determina la produzione di onde a bassa frequenza, mentre l’Amore viaggia su alte frequenze, sicché è stato possibile creare una sorta di piramide, o “scala vibrazionale” che, con tutte le sue varie sfumature e gradazioni intermedie, comprende tutte le nostre emozioni: alla base troviamo le vibrazioni a bassa frequenza, tra cui la paura, ma anche l’ansia, le preoccupazioni, la rabbia, mentre al vertice troviamo, ovviamente, l’Amore che, grazie alla sua forte vibrazione, è in grado di attrarre a sè analoghe forti vibrazioni, e riesce ad agire sulla materia modificandola.
Sempre più spesso si sente parlare di larve astrali, di volatores che, secondo alcuni, sarebbero pronti a vampirizzare tutte le nostre energie, e soprattutto le vibrazioni a bassa frequenza che noi emettiamo e di cui esse si ciberebbero. Se ciò fosse vero la paura non sarebbe altro che un’illusione creata nella nostra mente arcontica da forze a noi esterne al fine di far perdere il controllo al povero malcapitato.
La paura viene quindi generata dalla nostra mente fallace, ed occorrerà pertanto essere sempre fiduciosi, nella consapevolezza che nulla potrà mai farci del male perché noi siamo, lo ricordiamo, contemporaneamente “qui e altrove”, come diceva Fabrizio Mariani.

L’Amore Universale e l’Amore Divino, guidano i nostri pensieri ed i nostri passi, e noi lo useremo per fermare ogni forma di violenza, nella consapevolezza che annientare il Male in questa dimensione equivale al superamento della dualità cosmica che la caratterizza.

guestauthor Autore
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