Alice Sgroi è Sarah Kane al Canovaccio

C’era un palcoscenico l’altra sera al Teatro del Canovaccio riempito in ogni suo punto di prospettiva da quattro fogli gialli A4, quattro riflettori e da un’esile Rosa tatuata; ma così esile, così esile che l’intero fondale scompariva alla vista degli attenti, storditi spettatori, co-protagonisti in Astrale! Era Sarah Kane quella Rosa recisa; le prestava il corpo e l’anima Alice Sgroi.

Sarah Kane è stata una scrittrice e drammaturga inglese autrice in tutto di cinque testi teatrali, tutti molto controversi per i temi trattati, esponente principale di quel genere teatrale sviluppatosi in inghilterra negli anni novanta chiamato In-yer-face theatre (nel Cockney, il dialetto tipico dell’East London, letteralmente: alla faccia del teatro) e denominato così dal critico Aleks Sierz nel marzo 2001. I temi di questo stile teatrale, che poca fortuna ha avuto tra gli spettatori, sono – a dire il vero – “difficili”: ninfomania, dipendenza dal sesso, prostituzione, stupro, violenza fisica e psicologica, disagio interiore, malattia mentale e suicidio.

Un’allegra carrellata che analizza, con punte elevatissime (come in Sarah Kane), il disagio delle generazioni di fine millennio del mondo occidentale. Sarah combatté a lungo con la depressione e muore proprio a causa di essa, suicidandosi nel 1999; in Italia a darle voce sono stati in tanti, tra questi Francesca Auteri con un romanzo dal titolo “Io Sarah, le ultime ore di Sarah Kane”, pubblicato nel 2018, nel quale l’autrice inglese ripercorre le cinque ore precedenti il suo suicidio e dove si traccia il racconto di una donna affascinante e intensa, talentuosa e fragile.

Sarah è ricoverata in un ospedale psichiatrico a causa di una overdose di sonniferi. Poco tempo dopo, lasciata sola dal personale ospedaliero per circa tre ore, Sarah si impicca con i lacci delle sue stesse scarpe. Questa la storia all’osso, e da qui si apre il burrascoso oceano dei pensieri che tormentano Sarah, prima e dopo la morte (nell’immaginario dell’Auteri) del quale, naturalmente, non si può resocontare per brevità di spazio, ma che può così sintetizzarsi: mi ammazzo perché non reggo la solitudine, perché nessuno mi ama, perché mi manca l’amore e senza amore non riesco a vivere. Motivazione vera, tragicamente banale. Rende la storia di Sarah così uguale ai tanti che sono in sala, morti all’amore e vivi alla vita per sanità mentale o per vigliaccheria.

A dare vita e spessore sul palcoscenico alla Sarah/Umanità c’era un gigante dall’esile forma e dalla corrusca espressione, Alice Sgroi; attrice dentro, prima che per studio e dedizione, che ha reso magistralmente nel lunghissimo monologo della piéce il dramma interiore, l’altalena dei sentimenti, le verità e le bugie che Sarah ripete ciclicamente a se stessa, nel tentativo di trovare un senso alla sua fame d’amore fino alla bugia finale tesa a giustificare il gesto estremo: “Non è vero che da morti non si soffre, è solo diverso”. Balle!, per i normali; una speranza di vita ultrattiva per tutti gli altri, seppure impregnata di sofferenza.

Difficile fare la regia di un monologo così rarefatto e disperato, ma Giovanni Arezzo c’è riuscito lodevolmente, agevolato dalla prorompente fisicità di Alice, da un sapiente gioco di luci e dal giallo intenso dei fogli A4. Lo spettacolo è prodotto da mezzAria TEATRO,  assistenti alla regia sono state Gabriella Caltabiano e Claudia Fichera, le luci sono state di Carmelo Lombardo e il progetto fotografico di Gianluigi Primaverile.

Al calar della tela, il pubblico è scoppiato in un lungo e sentito applauso, quasi turbato dall’insolita fretta di Alice d’uscir di scena. Acclamata e richiesta più volte dal pubblico sempre più affettuosamente rumoroso, l’ultima uscita  ha visto il viso d’Alice contrarsi, solcato da due lacrimoni argentati ch’erano di gioia si, ma frutto anche di qualcos’altro, senza alcun dubbio. Chi scrive, impertinente e – forse – molesto, nell’abbracciarla, in camerino, per la superba prova d’attrice, glielo ha chiesto. Questa la sua risposta: “Non so spiegarti bene le lacrime. So che interpretare Sarah fa soffrire molto anche me. La solitudine che lei sente dentro quelle quattro mura asettiche la porto dentro, durante tutto lo spettacolo. La liberazione finale è anche la mia liberazione. Sono lacrime belle, liberatorie. L’empatia col pubblico è stata fondamentale. Mi ha restituito un’energia incredibile. È stata veramente una magia!”

Ti auguriamo ogni maggior successo piccola grande Alice.

Matteo Licari Autore
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