Alice Ferlito, fiera e riservata con brio!

Alice Ferlito è un’attrice brava e versatile; prorompente, come la sua fisicità e la sua voce. Occhi bellissimi, verdi ed espressivi sui cui stanno scritti tanti ardori. Un grande talento dotato di semplicità e schiettezza, una persona sensibile in grado di tendere la mano ad un collega, di spingere sulla necessità di fare gruppo, consapevole che l’unità fa la qualità. Poi è una sognatrice, una di quelle con tanti sogni nel cassetto nel quale ripone emozioni, cose vissute e progetti ancora da vivere. Ogni tanto fa un po’ d’ordine, ma non butta via niente perché è fiera della sua vita e riconosce ogni cosa di questa vita abbia fatto parte perchè ha la consapevolezza e la riconoscenza che tutto l’ha portata sino a qui. Il suo animo un po’ “bambina”  non pone limiti alla fantasia verso il lavoro e alla sua apertura verso la gente, a meno chè non riconosca di dover fare un passo indietro, verso quelle quinte della vita e del palcoscenico presso le quali, lei lo sa bene, a volte è meglio aspettare. Ma anche in questi frangenti, riesce a farsi notare, anche nell’umiltà necessaria riesce ad essere persona che sussurra sempre all’orecchio dell’attrice, consigliandola su ciò che è meglio fare.

Lo scorso 12 Aprile, si è esibita al Museo d’Arte Contadina nel concerto intitolato “Gitanes”, nell’ambito di una serata organizzata a Nicolosi da “Mater Natura”, che da qualche anno persegue l’intento di portare nella zona occasioni di incontri improntati alla varietà della proposta culturale e di spettacolo. Si tratta dunque, dell’esibizione di due donne (Alice Ferlito alla voce e la ragusana Sandra Cannì alla chitarra) che attraverso la musica desiderano riuscire a ricreare “le voci dell’Etna, ‘a Muntagna… du mari…du manciari…da genti…l’amuri….a raggia…“, a far fare un viaggio allo spettatore su una strada che le due artiste hanno sperimentato dando vita e respiro a ricordi, essenze necessarie della nostra vita su questa magnifica terra, nera di lava, azzurra di cielo e mare, dorata dal sole, tutti elementi che concorrono alla nascita di ogni cosa bella e dannata.

– Se Alice Ferlito avesse tre parole soltanto a disposizione per potersi definire, quali userebbe?

Istintiva/selvaggia,  passionale, sincera!

– Perchè scegliere di fare l’attrice?

Questa follia è nata con me, ce l’ho nel DNA: sin da piccola ero un’ esibizione continua, chè raccontassi storie lì a mio piacimento, con pause e personaggi, chè mi esibissi durante le feste in famiglia, in condominio, con canzoni e poesie in piedi sulla sedia. E poi a scuola ero sempre nel gruppo teatro, era una magia per me e avevo gli occhi che mi brillavano di curiosità di creatività che mi hanno regalato mia madre e mio padre, ambedue amanti del teatro della musica dell’arte. Loro si erano conosciuti in palcoscenico durante una recita scolastica; mia madre recitava era la protagonista e lui grande intrattenitore presentava la serata…fu un colpo di fulmine che è durato tutta la vita.

– E se non avesse fatto l’attrice, cos’altro sarebbe diventata? 

Se non avessi fatto l’attrice avrei fatto l’archeologa, mi attirava molto la scoperta, i viaggi, andare in posti sconosciuti e trovare cose di vario genere; questa cosa mi è rimasta, spesso me ne vado a zonzo a cercare posti e luoghi nascosti e dimenticati.

 

– Lei è andata via da Catania, quando ha deciso di studiare recitazione: perché?

Avevo 22 anni appena compiuti, quando decisi di trasferirmi a Roma per frequentare l’Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff. Per un anno ho fatto parte di un gruppo di teatro a Catania gestito da una compagnia abbastanza professionale nonostante i componenti non lo facessero di mestiere ma erano tutti molto bravi e dediti al teatro; il presidente era Franco Calogero un professore, avevano uno spazietto molto carino in città, la sera si faceva Jazz o spettacoli teatrali e il pomeriggio lab teatrali. lì che il regista decise che io ed un altro ragazzo eravamo pronti per far parte della loro compagnia e quindi prendere parte allo spettacolo che stavano preparando per l’estate e che sarebbe partito in tourneè “La Giara” di Pirandello. Io non ci potevo credere, una tourneè , in giro per la Sicilia, perché all’epoca le tourneè duravano tutta l’estate giravi in lungo ed in largo, cose che non esistono più purtroppo, e così mi sono ritrovata a lavorare con dei professionisti, il grande e meraviglioso Michele Abbruzzo, che mi voleva tanto bene, sua figlia Paola Abbruzzo che ancora quando ci vediamo ci abbracciamo sempre, Il famoso Carlo Croccolo che io ricordavo negli scheck ed i film con Totò, un corpo di ballo pazzesco con una danzatrice ungherese bravissima! Insomma catapultata in questa favola, guadagnando le mie prime 50.000 lire a spettacolo…questo fu l’inizio di tutto. Avevo troppa fretta di frequentare una scuola, e a Catania avrei dovuto aspettare un anno per fare il provino allo Stabile (all’epoca i provini si facevano ogni due anni), così  me ne sono andata a Roma, la mia vita è cambiata ed io non dimenticherò mai quel bellissimo periodo…mai!

– Quindi, come mai è ritornata in Sicilia?

Sono stata per dieci anni lontano dalla mia città, tornavo giusto per le vacanze; ho girato un pò, conosciuto diverse realtà teatrali molto interessanti, avvicinata al teatro di ricerca ed ho fatto di tutto per maturare una mia consapevolezza artistica. Sono tornata a Catania, per caso, un matrimonio di una carissima amica; da lì è ricominciata la mia vita qui, è nato mio figlio. Forse è questa nostalgia che io chiamo Saudade (parola e sensazione che ho appreso come una malattia in Brasile dove ho vissuto per quasi un anno) che ti fa, in qualche modo, ritornare alle tue origini, ai tuoi colori, ciauri…..a casa!

– Il suo o i suoi personaggi preferiti, quelli interpretati con maggiore passione? Ci sono ruoli in cui si trova maggiormente a suo agio?

Non ho un personaggio preferito nello specifico, io mi innamoro di un personaggio, anche quando all’inizio mi sembrano impossibili o lontani da me. Mi devo impadronire dell’anima vivere e pensare come loro, naturalmente tutto questo dentro il periodo che riguarda il lavoro che sto facendo; penso al personaggio, a come cammina, come si guarda intorno, come mangia, come si pettina e via dicendo…vivo la sua quotidianità per entrarci in confidenza questo modo per me è utilissimo mi aiuta a familiarizzare diventa un gioco, un gioco di ruolo, quindi alla fine mi innamoro dei personaggi che interpreto oppure li odio a tal punto che diventano grandi. Solitamente, mi vengono affidati personaggi forti di un certo calibro, ma con il tempo ho imparato che ogni ruolo ha qualcosa da dire,  possiede il suo spessore e nella legittimazione consentita dalla narrativa, può anche essere caratterizzato da variabili che appartengono all’attore che lo interpreta. Anche quando mi hanno dato ruoli “sbagliati”  io li ho resi miei e quindi unici. C’è un personaggio a cui sono molto legata che mi ha molto segnata come attrice e come donna: “Suor Agata la pazza” in ”Storia di una Capinera” di Verga con la regia di Rosario Minardi.

– E quale altro personaggio, fra quelli non ancora interpretati, le piacerebbe caratterizzare?

Sono tanti anni che faccio questo mestiere e posso dire che ho avuto la fortuna di interpretare personaggi di vario tipo e quindi non saprei rispondere a questa domanda, nel senso che, sarebbe bello poterli mettere tutti insieme e crearne uno. Magari, un giorno, me lo scriverò da sola  questo personaggio! Come quando cucini e ti prepari tutto quello che ti piace, di cui hai voglia che non mangi da tanto tempo, e te lo prepari bene, con gli ingredienti giusti, la giusta cottura, man mano che lo assaggi diventa sempre più buono, l’odore è inebriante, la consistenza è sublime, la tavola è ben apparecchiata, con tutto quello che ti serve, illuminata dal colore del vino, ed a quel punto alzi il calice brindi ad un pubblico immaginario….e mangi! Ecco questo farei…..sto prendendo lezioni di cucina, si capisce?

– Di recente, l’abbiamo vista recitare cantando in “La Lupa” di Salvatore Guglielmino, personaggio che ha incarnato con un’adeguatezza magnifiica, prestandogli anche un fisico ideale: che differenza passa fra il recitare cantando e recitare parlando? 

La Lupa è un altro dei personaggi che ho amato molto. Mi è capitato, nel 2005 credo, di interpretarla a Vizzini per il Festival Verghiano, è stata un esperienza quasi mistica, perché ho vissuto per più di un mese a Licodia Eubea, un paesino limitrofo in una casa bellissima, una reggia nel centro del paese da sola, ero diventata la strana attrazione del luogo, una casa chiusa da tempo messa a disposizione di questa donna straniera, quindi mi sentivo molto osservata sia quando rincasavo sia quando uscivo, osservata con curiosità non con pensieri cattivi, magari fantasie, quello si. La piece veniva rappresentata in luoghi naturali, niente palcoscenico o pedana, ma solo i luoghi reali che si prestavano come un un set cinematografico: io arrivavo davvero dalla campagna , sudata, a volte graffiata da spine che incontravo arrivando; c’era un vero abbeveratoio antico dove scrosciava una acqua freschissima ed io mi lavavo e rinfrescavo davvero, insomma tutto sembrava veramente vero, ed io mi sentivo come lei, La Lupa, osservata dal paese, donna sola che si aggirava per le vie, con il cuore pieno di dolore. In occasione dell’allestimento di Salvatore Guglielmino, il personaggio ed io ci siamo rincontrati a distanza di anni, è stato forte e diverso l’impatto, ma ci siamo riconosciute, e più forti e più maturi abbiamo dato voce al cuore, in questo caso attraverso il canto, che non è diverso dal parlato. Le intensità sono le stesse, anzi il canto ti fa arrivare più in profondità ti esplode dentro con una sorta di liberazione, come se il dolore che hai tenuto in gabbia si liberi e si riversi sulla scena. E’ stato bellissimo avere la possibilità di raccontarlo in tutti e due i modi.

 

– La sua è una voce assai duttile, dalle ampie estensioni: per quali generi ritiene di essere più adatta?

Il canto, è arrivato di conseguenza, senza preavviso, non ci avevo mai scommesso, mi ricordo in Accademia di Teatro la sera con i miei compagni quando finivano le lezioni, ce ne andavamo a zonzo per le vie di Roma – la magica Roma notturna – con chitarre, tamburi e tamburini e facevamo veri e propri spettacoli dove c’era di tutto, prosa canti e balli. Io cantavo sempre e mi chiamavano “ugola d’oro”.  La mia dedizione al teatro, per qualche tempo m’impedì di prestare ascolto a questa altra maniera di esprimere l’Arte: canticchiavo ogni tanto ma senza troppa convinzione. Poi, circa dieci anni fà, ho incontrato l’amore della mia vita, un bravissimo musicista/batterista palermitano Giampaolo Terranova che sentendomi cantare, mi spinse a trattare le mie doti canore come un valore aggiunto alla mia professione. Così, insieme a lui abbiamo unito teatro e canto portando in giro degli spettacoli e poi insieme ad un altro musicista abbiamo messo su un trio di musica brasiliana che per un paio d’anni ha girato. Devo molto a questa persona per tante cose sia personali che artistiche: Giampaolo davvero sapeva capire la mia natura e le mie potenzialità, forse più di me ci credeva!  Il nostro bel sodalizio è finito, ma è rimasto tanto altro e questo è l’importante. Mi piace cantare qualsiasi genere: a parte il neomelodico, mi piace qualsiasi genere, ma sopratutto il brasiliano che mi riesce molto bene, sia per timbrica vocale che per la lingua. Al momento faccio parte del cast del musical “I Promessi Sposi”, nel ruolo di Agnese dove recito e canto.

– In ogni caso, ha poi cominciato ad educare la voce? Con chi ha studiato?

Non ho mai davvero studiato canto con qualcuno del settore, o meglio in Accademia avevamo il maestro di canto Romanov, un russo alto due metri che mi rimproverava sempre e mi diceva “atrice va a leto presto cura sua voce, nietre sigarete2….io morivo dal ridere, anche perché lui a volte chiamava a casa per accertarsi che eravamo tutte a dormire “per non far stancare voce”, diceva.

– Quella di un attore di teatro può definirsi una carriera dura? I compromessi sono veramente tali e tanti? Se si, quali rischi corre un attore che non voglia cedere ad essi? 

Ecco questo per me è il tasto dolente della mia professione, quello che davvero fa soffrire. Le difficoltà sono tante, soprattutto caratteriali, una come me non ha vita facile nell’ambiente, sono troppo schietta, e soprattutto ho un idea del mio lavoro troppo romantica per questi tempi e per l’ambiente di cui dovrei far parte. Delusioni, tante, ho creduto in persone, in gruppi, che poi si sono disciolti come neve al sole, ho voluto bene e forse non si dovrebbe perché non tutti/e ricambiano con sincerità, bisognerebbe rimanere distaccati senza coinvolgimenti perché il tutto dura il tempo di un periodo di prove e di spettacoli, poi ci si perde. Io credo molto nella progettualità di gruppo e nella condivisione, ma può capitare che per farne parte non so perché si deve assumere un certo tipo di comportamento poco chiaro, di baci e abbracci senza crederci ma d’obbligo. Di contro, in altre occasioni, il lavoro mi ha fatto incontrare bravi colleghi con cui abbiamo diviso progetti, scena, gioie e dolori e quando accade la magia della collaborazione si rischia anche di passare mesi insieme ed è davvero bello perché è vero che l’unione fa la forza. I tempi sono quelli che sono, molte cose sono cambiate, il lavoro te lo devi inventare ed io questo faccio, mi viene un idea, un intuizione e cerco di realizzarla.

– Com’è Alice Ferlito “mamma”? 

“Mamma”, quanto mi piace questa parola, quando poi la sento dalla voce di Marco, mio figlio in automatico sorrido ed il cuore mi si scalda. Quello della “mamma” è stato il personaggio più importante della mia vita, non dimenticherò mai quando io e lui ci siamo guardati per la prima volta, quei suoi occhi grandi e scuri, che mi fissavano incuriositi e che alla vista dei miei smisero di piangere…quando ci penso ancora mi commuovo. Io e Marco abbiamo vissuto in simbiosi, con il padre siamo praticamente stati sempre separati, una di quelle storie sbagliate che però mi ha regalato la cosa più bella della mia vita, mio figlio. Quante cose facevamo insieme! Abbiamo pure recitato insieme ed è stato bellissimo vederlo in scena, serio concentrato, un talento che, per fortuna oppure no, non ha coltivato scegliendo di fare altro…la sua vita. Ho dei ricordi bellissimi con lui, di viaggi, viaggi semplici, località di mare facilmente raggiungibili, campeggi, a volte veniva con me in tourneè in giro per l’Italia, a casa di amici per qualche giorno; insomma ci si muoveva insieme e si condivideva la quotidianità. C’era il calcio tre volte la settimana e vederlo giocare mi riempiva di orgoglio; era un furetto compenetrato nella parte di attaccante diceva lui; c’erano le feste dei compagnetti, il catechismo che per forza di cose ha fatto, la mia famiglia ci teneva assai e che per lui era un tormento e c’erano sempre discussioni. Ridevamo tanto:  per giocare gli recitavo tanti personaggi, gli facevo le vocine le facce e lui si divertiva come un matto. C’era una marionetta che gli avevano regalato per un Natale quando era piccolo e che avevamo chiamato Pepito Cocorito, e con lui inventavamo storie ed io gli davo la voce, era il nostro gioco preferito. Pepito Cocorito c’è ancora e quando lo ritrovo, mettendo a posto la sua stanza vuota, mi viene una grande nostalgia.  Eravamo io e lui, lui ed io sempre insieme indivisibili. Ricordo che una volta mi disse : “Mamma, perché tu sei diversa dalle altre mamme?… Tu sei, come dire…più divertente” . E’ certo che io sono e sono stata una mamma sui generis, sicuramente diversa dalle altre mamme dei suoi compagnetti, Adesso è un uomo che lavora e vive fuori; ha una ragazza, si sta costruendo la sua vita, non lo vedo quasi mai, ci sentiamo, mi manca da morire, ma deve spiccare il suo volo che inevitabilmente lo porta lontano da me.

– Come donna, si definirebbe più fragile ed estroversa o più grintosa e riservata?

Penso di essere un pò tutte queste cose, ho scoperto una fragilità in me che non credevo di avere, ma la vita, che ha molta più fantasia di noi, mi ha messa di fronte alla mia fragilità. La grinta la ritrovo quando meno me l’aspetto, proprio nei momenti più fragili e difficili e mi fa fare cose che a pensarci mi viene il freddo; viene a scrollarmi a ricordarmi che c’è un sacco da fare, divento una specie di caterpillar, non faccio soste, arrivo dappertutto. Riservata lo sono diventata da poco, diciamo negli ultimi due anni: sono arrivata alla conclusione che non tutto è per tutti, quindi ho cominciato a tenermi alcune cose per me, Quindi posso dire di essere una mistura di tutto questo….e di tanto altro!

– Progetti per il futuro? Sogni nel cassetto, non necessariamente riconducibili soltanto al lavoro?

Progetti tanti, progetti sempre, non ho mai smesso di farne, da quando faccio questo lavoro. Da qualche tempo a questa parte mi sono rimessa in campo come cantante oltre che come attrice, e questo mi ha aperto nuove strade e nuove collaborazioni. Oltre ad avere un duo “GITANES” musica che viaggia, insieme ad una chitarrista ragusana Sandra Cannì che mi permette di girare con la musica nei locali siciliani, ho un gran bel progetto con il violinista compositore catanese Giovanni Seminerio che ha musicato i testi di Angela Bonanno poetessa e scrittrice catanese con il supporto dell’elettronica creando suggestioni musicali divine suonando dal vivo con il violino, io do voce a tutto questo sia recitata che cantata è un vero e proprio viaggio tra le nostre radici fatte di ricordi di cibo di mare di lava, infatti il progetto si chiama “RARIKA” e anche questo ha girato per vari festival e teatri, e continua a girare; il 7 Aprile siamo stati a Nicolosi al Vulcano House. Poi si è aperta una recente collaborazione con il saxofonista musicista compositore Francesco Vaccaro che organizza incontri musicali in diversi locali della città, non ultima, una bellissima rassegna Jazz  al Piccolo Teatro della città. L’8 marzo scorso, ci sono stata anch’io in quintetto, recitando estratti dal Timeo di Platone e dalla Dignità dell’Uomo di Pico della Mirandola. Ad aprile andrò in scena con DELIRIO per la regia di Nicola Alberto Orofino insieme a Francesco Bernava, progetto nato nel 2017, presentato solamente a Rimini al Teatro degli Atti  e che prossimamente sarà a Catania il 4/5 maggio al Piccolo. E poi ci sono altre idee in cantiere, ma ancora non ne parlo perché si stanno concretizzando pian piano e un pò di giusta scaramanzia non guasta.

– Tacco 12′ o ballerine?

Naturalmente tacco 12′, ho avuto sempre un avversione per le ballerine, non mi sono mai piaciute. Sui tacchi invece ci sto benissimo, faccio di tutto; ricordo che quando ero incinta con un pancione enorme e soprattutto gli ultimi mesi, giravo con i tacchi come se fossero state comode scarpe da ginnastica e il mio ginecologo mi diceva sempre :”se uno ti guarda da dietro, da come cammini, manco incinta sembri!”

– Cane o Gatto?

Cane. Me lo sento più vicino come animale, più comunicativo e vicino al mio linguaggio, forse perché mi piace molto il lupo…ecco si, mi piacerebbe avere un lupo ma dovrei vivere in un bosco, non sono animali da casa o da giardino. Il gatto è troppo lontano da me come carattere, mi piacciono, sono simpatici; non ne ho mai avuti, con alcuni ci ho convissuto in gioventù perché qualcuna delle mie coinquiline ne possedeva uno, ed a volte più di uno. Ma preferisco il cane.

“Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna… due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse. Al villaggio la chiamavano “la Lupa” (la Lupa di G. Verga)….

 

 

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