Alfio D’Agata, “un giovane-vecchio” di grande talento!

Avete presente quei gatti che si muovono sornioni, lenti ed incuranti del fragore che giunge da un balcone aperto, saltando da un mobile ad un altro, arrotolati su vecchie e comode poltrone, sdraiati su ampi tappeti a lisciarsi il pelo, alzandosi solo di quando in quando per aggirarsi nel proprio spazio, controllando ogni angolo, orecchie aperte e vibrisse tese, per poi lasciarsi cadere sull’ennesimo posto comodo? Questa fu la mia impressione, la prima volta che incontrai Alfio D’Agata nella sede della Società Storica Catanese, in via Etnea.
Salendo l’ampia scalinata dell’edificio, già percepivo profumo di antico, ad ogni gradino sembrava che il tempo arretrasse e s’impolverasse. In effetti, quando giunsi sul pianerottolo, oltrepassando la soglia, proprio un salto nel passato mi sembrò di fare. Alla porta, Alfio D’Agata, il presidente: giovane, quasi anacronistico rispetto all’ambiente, con una espressione benigna, mi parve giovane anche rispetto al ruolo e glielo chiesi: quando era piccino, suo padre era il presidente e lo portava con sé lasciandolo al Cinema Lo Pò, proprio accanto alla sede. Con un “Cicerone” d’eccellenza, girai l’appartamento sbigottita e letteralmente col naso all’insù essendo esso riempito ordinatamente di ogni testimonianza del tempo.
Alfio è cresciuto, dunque, fra nostalgici ricordi, polverosi documenti, oggetti strenuamente sottratti alle macerie dei bombardamenti, con gli occhi pieni di ogni storia vista nei film e trovata fra le cose di quella “casa”. Fascinazione e fantasia ed un destino legato ad ambiti precisi che lo ha portato a formare e sviluppare la sua carriera di regista e fotografo; studi umanistici (Laurea in Lettere) e inelencabili riconoscimenti alle sue capacità.
Nel 2014, il cortometraggio “Neanche i cani” (prodotto da Giuseppe Rizzo) al David di Donatello, venne premiato per la miglior regia (la sua), migliore sceneggiatura (Sergio Zagami). Innumerevoli esperienze in campo cinematografico come regista, assistente operatore, operatore, fotografia: Delitto Mattarella, Ombre all’alba, spot di Etna Rosso, Mission Impossible, 25 anni di Dolce&Gabbana, giusto per parlare delle ultime fatiche. La lista, dicevo, è lunga.
Librino Express, adesso, al quale è stata corrisposta una menzione d’onore al Militello Film Fest, appena conclusosi, nell’ambito del quale Alfio d’Agata ha vinto per la migliore fotografia del film di Aurelio Grimaldi, “Diario dell’inquietudine” (il protagonista, Pietro Pace ha vinto nella categoria “migliore attore”).
Egli è figlio di questa Terra che ama come siciliano vero; è bravo, di talento ed anche umile, e sebbene il suo petto ogni tanto si gonfi di un onesto compiacimento, evade i complimenti spostando l’attenzione piuttosto sulle cose di cui si circonda e che fa, sul perché abbia scelto di non smettere di credere che parlare della sua terra non sia affatto inutile. E non dimentica. E’ molto attento: nei suoi lavori, ricorrono attori siciliani e maestranze del luogo. Gira il mondo, i suoi contatti non hanno confini e la stima come uomo e professionista è accreditata dappertutto abbia avuto modo di farsi conoscere.
Esattamente come un gatto, spinge la porta e parte alla scoperta di ciò che sta intorno.
 
 Alfio D’Agata si presenta ad un colloquio e deve parlare di sé elencando in sintesi le proprie competenze ed attività… come si esprimerebbe?
Ironicamente inizierei dicendo: “parlo solo con pari o superiori curriculum…” poi sintetizzerei con un: “mi pagano per inquadrare…” e se davanti mi trovassi qualcuno veramente di spirito: “spaccio (pausa) immagini…” Dopo la premessa ironica – di matrice catanese -, potrei dire che mi occupo di Cinema e Cultura, che nel mondo del cinema mi sono specializzato nel reparto Fotografia (oltre 40 film) e Regia (non siamo arrivati a 40) con una predilezione per i lavori in pellicola oggi divenuta digitale. In ambito culturale gestisco una casa-museo e biblioteca con 65 anni di storia e 50 mila volumi di altrettante storie.
Quale, fra i suoi “mestieri” preferisce?

Forse quello di Regista, per un innata “mania” del controllo e poter dire e sapere almeno di chi è la colpa o il merito dell’operazione filmica (del lavoro) che si sta facendo. Avendo iniziato la carriera cinematografica all’antica, partendo dalla gavetta (post-laurea, tra l’altro) ho avuto modo di conoscere, frequentare e capire tutti i reparti che compongono un set, e il “bello” è poter essere preparato un po’ su tutti gli strumenti per poterli raccordare al meglio (un po’ come il direttore d’orchestra, classico esempio). Polemicamente potrei aggiungere che forse oggi il mestiere che preferisco è “pensare il cinema” data la fatica abnorme di portare a compimento un progetto, ogni volta.

 

Cos’è La Società Storica Catanese? Ce ne vuole parlare?

La SSC è lo scrigno della memoria, il luogo senza tempo, il posto dove il mio spirito trova pace e ispirazione. La memoria delle cose e degli uomini traspira da ogni angolo e oggetto, e nonostante la conosca e la frequenti da sempre, ne nutro sempre un profondo rispetto e non nascondo che di tanto in tanto mi ritrovo anch’io a osservare qualcosa di “nuovo”. Ma se dovessi semplificare e invitare qualcuno a visitarla, direi più chiaramente che è una casa-museo-biblioteca concepita come una serie di stanze delle meraviglie, fermatasi al tempo dell’Unità d’Italia.

 

Lei ha organizzato diversi ed interessanti eventi nella sede della via Etnea: Rosa Balistrieri e Peppa La Cannoniera, coadiuvato dall’attrice Laura Giordani, assai brillante sia nell’uno che nell’altro ruolo…

La nostra casa-museo per mantenersi al passo coi tempi non si è focalizzata esclusivamente sulla visita guidata, sul visitare un museo una volta per poi non tornarci più. Noi puntiamo alla frequentazione del luogo, ricreare quei circoli culturali tanto in voga qualche decennio fà. E per fare questo diversifichiamo sempre l’offerta culturale, siamo in continuo “sfornamento”, sforniamo in sostanza eventi di diversa natura. Il monologo teatrale, la performance attoriale sono tra quelli che hanno e che ricevono più consensi e partecipazione. Sfruttando anche le mie conoscenze in campo cinema/teatro, abbiamo creato una vasta rete di rapporti con straordinari attori, che sposano la causa della casa-museo e mettono il loro talento a disposizione dei nostri soci e invitati. Tra questi, Laura Giordani ci ha regalato uno splendido omaggio a Rosa Balistreri e, in occasione della Mostra sull’Unità d’Italia e la Sicilia, ha interpretato una “gagliarda” Peppa Cannonera non senza lanciare frecciatine alla politica dell’epoca…

Benché lei sia abbastanza giovane, come mai riveste un ruolo forse ad appannaggio di persone di età più matura?

Come mi dicono amici e colleghi, io sono nato già ottantenne o se vogliamo non sono mai stato giovane, nel senso che mi sono sempre occupato e circondato di cose e temi “vecchi”, preferendo il dialogo con quelli più grandi di me. Quando incontro un “ragazzo” classe ’35 mi sento a mio agio; perché quei racconti, quella fibra, quella forza d’animo che vedo in loro mi affascina e in qualche modo mi ci rispecchio. Potrei dire di aver saltato l’adolescenza perché non m’interessava, ma non è detto che non recuperi in un’altra fase della mia vita (un adolescenza senile!). Vi è da dire che sono cresciuto all’interno della Società Storica Catanese: mio padre passava tutto il suo tempo libero lì, in carica come Presidente per un lungo periodo; forse nessuno come me conosce l’anima di quel luogo. E’ anche vero che la generazione dei 50/60 anni è venuta meno, ci siamo ritrovati nei primi anni duemila con soci e frequentatori o sopra i 70 o sotto i 30 spinti soprattutto da me. Un po’ come nella società, la generazione che doveva continuare a costruire e sostenere soprattutto la cultura è rimasta nel prato a raccogliere fiori (o ortiche volendo citare Battiato).

 

Come regista, ultimamente ha realizzato il corto “Librino Express”; di cosa parla questo film e perché lei si è fortemente impegnato per parlare di questo quartiere?

L’ultima fatica – e di vera e propria fatica si può parlare – mi vede coinvolto in un corto che poi tanto corto non è, Librino Express, che prende spunto da alcuni fatti di cronaca accaduti qualche tempo fa, ovvero il lancio di sassi contro gli autobus. Fenomeni come aggressioni all’autista, atti vandalici, minacce; insomma, il comune autobus delle nostre città è stato preso di mira come ennesimo sgarro a ciò che rappresenta la nostra comunità. Questi fatti non hanno riguardato solo Catania ma diverse città italiane, ma la nostra città è stata la prima a muoversi per sensibilizzare l’opinione pubblica. Mi piace sottolineare questo aspetto. In quel momento, il presidente dell’AMT era Puccio La Rosa che insieme alla dott.ssa Raffaella Mandarano mi prospettarono l’idea di un corto per sensibilizzare adulti e ragazzi, specie nelle scuole. Uno dei veri ragazzi che ha lanciato le pietre non superava i 10 anni. Io mi trovavo a Roma per un altro lavoro: ci ho pensato un po’ su, e alla prima occasione son tornato per elaborare il progetto. Progetto che si è sempre più ingrandito, fino a coinvolgere sponsor esterni, scuole, tutta l’azienda AMT e 30 attori… Attori tutti siciliani e tutti professionisti, tra questi basta citare Tuccio Musumeci, Manuela Ventura, Gino Astorina, Aldo Messineo; attraverso numerosi provini, ho scelto “non professionisti” fra veri autisti dell’AMT e i ragazzini protagonisti del lancio dei sassi. Infine, l’attenzione su Librino perché mi è sempre piaciuto, filmicamente sempre nuovo da inquadrare e forse rappresenta tutte quelle periferie che puoi ritrovare in giro per l’ Europa. C’ero già stato col mediometraggio “Ti aspetto fuori” (in 16mm sigh…), portando Nino Frassica tra quei palazzi e mi ero trovato bene. Sono voluto tornare e devo dire che la gente ci ha accolto bene e fatto lavorare serenamente; è stato bello vedere Tuccio Musumeci, che non si era mai fermato a Librino, parlare con gli abitanti del posto con grande interesse. Devo ringraziare anche la produzione esecutiva Skylight per l’organizzazione, non essendo comunque facile gestire una troupe di circa trenta persone e un esercito di attori, tra autobus e strade e case del quartiere.

 

Lei vive da pendolare fra Roma e Catania: dove è più facile produrre un lavoro, realizzare un progetto, vivere da un punto di vista lavorativo?

Parigi, Bolzano, Torino… In questo momento non metterei né Roma né tantomeno Catania. Mi sono confrontato con colleghi francesi e lì il cinema è preso seriamente; poi mi è capitato di lavorare a Bolzano e ho visto una film commission super operativa; e infine, da assistente ho fatto tanti film a Torino e devo dire che ormai si sono organizzati pure meglio di Roma. Roma è sempre decadentemente stupenda, ma mettere in piedi qualcosa è proprio difficile. Catania resterebbe (e resta) un luogo unico da filmare, con tante possibilità visive ancora da percorrere.

 

Progetti?

Devo ultimare la Color di un film che ho girato tra marzo e aprile come direttore della fotografia, Il delitto Mattarella , per la regia di A. Grimaldi. Film a cui tengo tantissimo, sia per il tema trattato che per l ‘impegno e lo sforzo che ci son voluti per realizzarlo. Nel frattempo sta vedendo la luce un altro film a cui sono legatissimo, “Diario dell’inquietudine”, girato in B/N sull’isola di Alicudi, con la troupe più piccola del mondo… Il film è fresco vincitore di 5 premi al Militello Indipendent Film Festival primo festival a cui partecipa e che spero possa dargli la spinta necessaria per la sempre complicata uscita in sala.

 

La sua vita privata è fatta di:… ?

Parmigiana, moto gp (Valentino Rossi), cinema (spettatore) e cultura (visitatore).

Un rimpianto ed un rimorso, dei quali non ha problemi a parlare, naturalmente?

Non aver parlato di più con mio padre: si pensa sempre che ci sia tempo per parlare e per vedersi e invece a volte la luce in sala si accende prima del previsto… Tutte le volte che ho detto “no” ad un progetto, forse in mezzo a loro c’era quello giusto.

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