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Al Piccolo Teatro di Catania, un grande Pietro Montandon

CATANIA – Sabato 18 e domenica 19, al Piccolo Teatro di Catania è stata rappresentata “Maruzza Musumeci”, dal racconto omonimo di Andrea Camilleri pubblicato nel 2007, per la regia di Daniela Ardini, adattato ed interpreto da Pietro Montandon.
“Classe 1954, diplomato alla scuola di recitazione del Teatro Stabile di Catania, il suo primo debutto fu nel 1976. Ha lavorato in teatro, al Cinema ed in televisione, vantando eccellenti collaborazioni e regie: Turi Ferro, Gianni Santuccio, Anna Proclemer, Mario Scaccia, Lina Sastri, Eros Pagni, Roberto Herlitzka, Umberto Orsini, Giuseppe Pambieri, Flavio Bucci. E poi ancora L. Puggelli, G. Patroni Griffi, G. Sbragia, A. Pugliese, G. Dipasquale, M. Sciaccaluga, A. Calenda, G. Sepe (teatro) e in televisione ed al cinema è stato diretto da registi come E. Greco, D. Damiani, D. Tessari, B. Corbucci, A. Sironi e G. Tornatore, in occasione di films e telefilms, tra cui “Il Commissario Montalbano”, la serie televisiva “Quelli della speciale” e ”Il furto del tesoro di San Pietro”. Dal 2008 è entrato a far parte della prestigiosa compagnia Svizzera “Mummenschanz “, con cui ha recitato in tourneé internazionali fino al gennaio 2016. Ha interpretato S.T. Coleridge e J.L. Borges rispettivamente in due monologhi. A giugno 2016 ha partecipato alle rappresentazioni classiche dell’Istituto Nazionale Dramma Antico (I.N.D.A), nella tragedia “Alcesti” di Euripide, per la regia di Cesare Lievi.
Nel Settembre 2016 ha partecipato al Silvano Toti Globe Theater di Villa Borghese in Roma, con la direzione artistica di Gigi Proietti, nel “Racconto d’inverno” di Shakespeare, per la regia di Elena Sbardella. Ha debuttato il 3 febbraio 2017 alla sala Verga del Teatro Stabile di Catania con “Vizio di famiglia” di Edoardo Erba, con la regia di Rosario Minardi”.
In “Maruzza Musumeci”, Pietro Montandon è “one man session” e proprio come durante un concerto, riesce da solo a sostenere tutti i ruoli della storia interpretando il protagonista Gnazio Manisco, la vecchietta Fina, la “Sirena” Maruzza (dal volto velato per sua stessa intuizione per favorire nello spettatore la curiosità d’immaginarsela con i propri occhi) e la Catanonna di lei, accordandoli egregiamente nel serio e giocoso fluire della trama.
Andrea Camilleri si era ispirato alle antiche storie raccontate, come egli stesso dichiara: «Mi sono voluto raccontare una favola. Perché in parte la storia del viddrano che si maritò con una sirena me l’aveva già narrata, quand’ero bambino, Minicu, il più fantasioso dei contadini che travagliarono nella terra di mio nonno». Un “cunto” come tanti ne facevano gli anziani ai bambini quando erano piccoli destando il loro acerbo stupore!
Pietro Montandon entra in palcoscenico coinvolgendo “subitamente” lo spettatore proprio appresso appresso a lui nel racconto di una storia semi fantastica, quella di un sempliciotto “quarantino” che tornato nel 1895 dall’America dove aveva lavorato per 25 anni, altro sogno non ha che comprare un pezzo di terra e vivere di ciò che essa potrà produrre. Per capire se la terra è buona, prima di firmare l’accordo di vendita, Gnazio vi passeggerà assaggiandone di quanto in quanto una zolla e sciacquandosi poi la bocca con un “muccuneddu” di vino. Lì vi costruirà un piccolo ma comodo edificio fatto di cubi di legno dotati di cerniere e ruote che permettono all’attore di gestire come una casetta di lego la dinamica delle stanze durante il racconto; l’ulivo saraceno all’ombra ed in compagnia del quale trascorrerà tutta la vita di quest’uomo e la sua “mula” sono realizzati in legno; stoffe azzurre messe tutte “torno torno” per il mare, pannelli agganciati alla casetta per personificare “Aulisse” e suo figlio e per il cielo stellato…
Pietro Montandon si muove zoppicando (Gnazio, in America era caduto da un albero e si era ferito una gamba) in mezzo a tutto questo, indossando ora uno scialle sulla testa, ora una coppola o un cappello, imbracciando una sacca per raccogliere le erbe, saltando sulla mula, modulando i cubi della casetta come un giocoliere; prende lo spettatore per mano, lo porta a giocare in mezzo ai “balocchi” di scena, mentre la sua voce affabula….Il pubblico ritorna bambino e pare toccare con mano quei giochi sparsi sul pavimento a cui farà assumere un ruolo durante il “cunto”.
Pietro Montandon è bravo, bravissimo nell’assumere ed interpretare personaggi fantastici, regolare la voce sino a farla diventare melodia (la catananna di Maruzza), assottigliandola rauca (Fina ) e giovane e fresca (Maruzza). In mezzo, gli innumerevoli personaggi del racconto: il sarto, Aulisse ed il suo cane, i due carabinieri. Un giocoliere, un acrobata che si muove su un filo senza rete sotto perchè quello di Maruzza è un monologo pieno zeppo d’insidie recitative. La regia di Daniela Ardini è perfetta perché evidente è l’intesa con l’attore che lei sembra seguire con attenzione materna.
Il cunto è una favola, di quella che gli anziani raccontavano ai bambini per tenerli buoni e con le parole e l’uso di semplici cose, rappresentavano una spirale di fantasia senza fine che faceva viaggiare i piccoli nell’immaginazione e non dimenticare mai quanto udito.
“Ma signori miei quanti uomini possiamo diventare e quanti vorremmo essere? Occasioni diverse, due occhi, un naso, una bocca e mille variazioni sul pentagramma di una vita.”…questo Pietro Montandon lo sa bene: recitando per otto anni nella compagnia “Mummenschanz”, si presta ad un teatro di sperimentazione dove spesso si trova a dare vita a delle cose a cui riesce a prestare un’anima. Lo sa bene perché attraverso le parole di un barbiere un po’ strambo e un po’ filosofo “Che barba, Luigi!” racconta in un collage di personaggi e storie la necessità di liberarci dalle maschere e di offrire il vero volto (lo spettacolo nato un’idea dello stesso Montandon, è stato scritto da Lorena Salerno e liberamente tratto da Luigi Pirandello).
Maschera, volto, finzioni, realtà, storie di ieri che continuano… storie di oggi, storie di sempre in un calendescopio di personaggi diversi. Hanno detto di lui che il suo volto è come la tela bianca di un pittore su cui può essere raffigurato di tutto…

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