25 Novembre: “Femmene”, la fatica delle donne. Nunzia Schiano al Must

“Femmene” al Teatro Angelo Musco è stato rappresentato con qualche giorno di anticipo sulla data del 25 Novembre, nell’ambito della rassegna curata da Giuseppe Di Pasquale e Valeria Contadino. Regia di Niko Mucci. Con Nunzia Schiano, interprete del monologo; Myriam Lattanzi (voce), Franco Ponzo (chitarra) e Roberto Giangrande (basso) per la parte musicale e Anna Mazza, autrice di “Nostra Signora dei Friarielli”. Foto di copertina, Mariana Silvana Dedu.

Ho cercato sul vocabolario il significato di “femmina”: credo di non averlo mai fatto, dandolo per scontato. Esso significa che produce gameti femminili e poi, in senso spregiativo lo si riferisce a donna sciocca e banale. Tutti i vocabolari spiegano alla stessa maniera.

Dunque, Nunzia Schiano, racconta queste “femmene, donne sempliciotte in grado di fare figli”!  E le racconta con grande stile, adoperando un linguaggio del corpo capace di arricchire di senso la parola appena pronunciata; lo fa con ironia, come contraltare delle immagini che scorrono alle sue spalle, commentate con amaro sarcasmo….”Le Fèmmene sono tutte le donne vere, quelle che portano sulla propria pelle la fatica di una vita vissuta sempre in una posizione di minoranza. Da quando si fa un augurio e si dice “auguri e figli maschi”, le donne sono costrette a lottare per mettersi alla pari degli uomini, per non essere diverse, quelle che “se hanno tanti amici sono zoccole mentre l’uomo è un maschio vero”, quelle che devono lavare i piatti e faticare in casa mentre il fratello può riposare sul divano, quelle che non possono fare tardi la sera e guai ad indossare una mini gonna perchè senno “se l’è cercata”, quelle che sono le ultime a sedersi a tavola e le prime ad alzarsi, donne che rischiano la mala morte…..l’altra metà del cielo sempre, ancora, considerata diverse.”

 

L’ironia è un modo di raggirare la realtà, quando essa è dura, non ci piace, ci avvilisce. Nunzia Schiano racconta le “femmene” e Myriam Lattanzio le canta; entrambe parlano di quelle verità del sud del mondo, di quelle creature che si alzano la mattina per fungere a qualcuno: marito, figli, genitori anziani da accudire, fratelli e sorelle più piccoli. Quelle donne nascoste dietro l’angolo della miseria mentale che le relega e poi abbrutisce. A cui nessuno pone domande, ma loro si chiedono “perché, qual è la mia colpa?”

 

Myriam Lattanzio con la sua magnifica voce le cui sfumature accorate sono espressione di un sentire dell’anima, canta il romanticismo, l’inno alla vita, il dolore taciuto e trasformato delle donne da cui il mondo si distrae classificandole, in una tardiva e quanto mai inopportuna memoria episodica e solo in modo violento e doloroso. La cantante rende un omaggio alle più grandi interpreti e autrici latino-americane con: Besame mucho di Consuelo Velasques; Paloma negra, la simples cosas e la flor de la canela di Chavela VargasAlfonsina y el mar dedicata alla poetessa Alfonsina Storni; Garcias a la vida di Violetta Parra; Todo cambia e Preta, scritta dalla stessa Myriam.

“Sabe Dios qué angustia te acompañó, Qué dolores viejos calló tu voz,”

“Dio solo sa che angoscia ti accompagnò, Che antichi dolori tacque la tua voce” (Alfonsina y el mar cantata da Mercedes Sosa)

 

Un leggio installato a sinistra è la postazione per il programma radiofonico a puntate “Nostra signora dei friarielli” (scritto con grande intelligenza da Anna Mazza), in cui Nunzia è una madre borghese, fortificata sulle proprie certezze ideologiche con le quali ha da sempre protetto le pareti della sua vita familiare e sociale; durante il pranzo della domenica fra il ragù, peperoni “abbuttunati” e friarielli, viene a conoscenza dei nuovi indirizzi religiosi e sessuali dei propri figli rimanendone sopraffatta. Alle puntate del tormentone a dosi di “acqua e zucchero” si alternano i personaggi ed i contesti elaborati dall’attrice estratti da quei vivai improduttivi che sono tali quartieri di Napoli, quelli che stanno ad appena nove fermate dal centro più considerato. La signora che si alza, aspetta l’amica per il caffè e subito pensa a cosa preparare a pranzo. La sua giornata è cadenzata dall’attesa del fruttivendolo che le porta a casa i friarielli, a Barbara D’urso “ca pare ‘na maronna”. E’ vedova e non si vuole risposare: le piace soltanto vedere “Uomini e donne” coi “viecchi”. Lei sta bene così. La signora che dopo aver trascorso la nottata a misurare febbri e curare i raffreddori di marito e figli, sbadigliante ed infreddolita, si reca alla fermata del tram per andare a fare i servizi da una signora ed è così stanca che si sente come quel pezzo di rifiuto che non si sa dove buttare per fare la differenziata…La ragazza che con le amiche si prepara di tutto punto per richiamare l’attenzione di ragazzi, quelli dei quartieri buoni quelli che stanno bene e che se sapranno giocare bene le loro carte, trascorreranno una serata fantastica…se qualcuno di quelli se le filerà, ma spesso nessuno lo fa e lei resterà a casa… La madre che si, la gente parla, “era nu delinquente”, ma era figlio a me e me lo hanno ammazzato…

 

La regia di Niko Mucci è logica, attenta a dare libera espressione alla magnifica attrice, prudente nel dosare il messaggio affinché esso arrivi veloce ma sedimenti un po’ nelle coscienze per capire e farsi un’idea. Nunzia Schiano ha dei bellissimi occhi grigi che si posano sullo spettatore senza invadenza, che propongono lontani dalla pretesa di imporre. E’ divertente, usa tutti i registri comici, strappa risate e sorrisi e quando il climax ha raggiunto l’apice, quasi senza farsi accorgere prende per il bavero lo spettatore facendogli sentire il freddo delle esperienze narrate, quelle che non c’è lo spazio neppure per sorridere…

L’idea è che la violenza ha innumerevoli facce e che le donne di cui parlare forse non sono tutte. Un ambiente familiare e sociale che produce conoscenza e stimolo difficilmente concorrerà alla negazione delle inclinazioni di una donna; al contrario, il pallore culturale di certi ambiti non potrà esprimere parità, studio e promozione. Le “femmene” sono quelle donne che non tutte le donne vogliono conoscere, quelle “fraciche“, quelle che vanno in palestra, comprano tutto pronto, quelle che c’è chi le aiuta nelle incombenze domestiche e familiari. La separazione culturale che genera il ghetto non va risicata solo per un paio di giornate l’anno, in cui il problema della violenza di genere viene condiviso a titolo ideologico, ma va colmata da messe in opera anche da quella parte di universo femminile più fortunato, quello che è nato e si è sviluppato a nove fermate di distanza.

“Femmene” è un lavoro di staffetta fra tre donne bravissime ad imbastire un progetto tanto originale, godibile, ragionato, ricco, denso; nato dal loro intuito e da una generosa collaborazione. Desideravano parlare di prepotenza, prevaricazione, noncuranza ma senza adoperare le maniere più tradizionali e riciclate; soprattutto ricordare che ogni giorno occorre tenere alta l’attenzione ed istruire perché la consapevolezza può veramente salvare la vita alle donne.

 

 

 

 

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