La decisione del Consiglio Superiore della Magistratura di nominare Franca Imbergamo quale Procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, preferendola a Sebastiano Ardita dopo un acceso confronto interno, ha inevitabilmente acceso il dibattito pubblico.
Al di là del merito della scelta, che rientra nelle prerogative del CSM, sono soprattutto le dichiarazioni rilasciate durante e dopo la votazione ad aver suscitato interrogativi e preoccupazioni nell’opinione pubblica.
Le parole pronunciate da alcuni componenti del Consiglio, che hanno fatto riferimento a presunte pressioni, a scontri politici e a dinamiche esterne capaci di influenzare il confronto istituzionale, hanno inevitabilmente alimentato un clima di forte attenzione mediatica. A queste si sono aggiunte le riflessioni del magistrato Nino Di Matteo, che ha sottolineato come eventuali indebite pressioni, ove effettivamente conosciute, dovrebbero essere denunciate con la massima trasparenza.
È proprio questo il punto che oggi sembra colpire maggiormente l’opinione pubblica.
Sempre più cittadini manifestano il timore che contrapposizioni, correnti, logiche di schieramento e conflitti interni possano prevalere sul principio di assoluta imparzialità che dovrebbe caratterizzare ogni istituzione dello Stato, e in particolare la magistratura.
Indipendentemente da come siano realmente andati i fatti, la semplice percezione di uno scontro politico all’interno di un organo costituzionale produce un effetto che non dovrebbe mai essere sottovalutato: l’erosione della fiducia.
La giustizia vive infatti non soltanto della correttezza delle decisioni, ma anche della credibilità con cui tali decisioni vengono percepite dai cittadini.
Quando il dibattito pubblico si concentra su presunte influenze, contrapposizioni o pressioni, il rischio è che l’attenzione si sposti dalla tutela della legalità alle dinamiche di potere.
Negli ultimi anni numerosi episodi hanno alimentato un diffuso sentimento di sfiducia verso il funzionamento della giustizia italiana. Ogni nuova vicenda che richiama conflitti interni, divisioni o polemiche rischia di rafforzare questa percezione, soprattutto tra quei cittadini che quotidianamente si confrontano con procedimenti lunghi, complessi e spesso difficili da comprendere.
L’opinione pubblica continua invece a chiedere una magistratura percepita come indipendente, trasparente e distante da qualsiasi logica che possa anche solo apparire riconducibile a schieramenti o dinamiche di natura politica.
La forza delle istituzioni democratiche risiede infatti nella fiducia che i cittadini ripongono in esse.
Per questa ragione ogni vicenda che coinvolge gli organi di autogoverno della magistratura dovrebbe essere affrontata con la massima trasparenza, chiarezza e senso delle istituzioni, affinché ogni dubbio possa essere dissipato attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento.
Il patrimonio più prezioso della giustizia italiana non è soltanto l’autonomia della magistratura, ma anche la fiducia dei cittadini nella sua indipendenza.
Una fiducia che richiede anni per essere costruita, ma che può essere compromessa molto rapidamente quando il confronto istituzionale assume toni e modalità che l’opinione pubblica fatica a comprendere.
Per questo motivo, al di là delle singole nomine e delle diverse posizioni espresse, appare sempre più necessario che il dibattito torni ad essere incentrato esclusivamente sul merito, sulla trasparenza delle procedure e sul rafforzamento della credibilità delle istituzioni.
Perché una giustizia autorevole è una giustizia nella quale i cittadini continuano a credere.
