C’è una domanda che, da qualche tempo, circola nei corridoi delle associazioni, tra imprenditori, cittadini e osservatori delle vicende pubbliche locali.
Che fine fa chi denuncia?
Non chi commette illeciti. Non chi gestisce male la cosa pubblica. Non chi spreca denaro dei contribuenti.
Ma chi segnala.
La storia che oggi fa discutere riguarda un cittadino siciliano che da oltre quindici anni si occupa di denunciare anomalie amministrative, sprechi di risorse pubbliche, gestione di finanziamenti, procedure controverse e situazioni che, a suo dire, avrebbero meritato maggiore attenzione da parte delle istituzioni.
Nel corso degli anni questo soggetto ha presentato esposti riguardanti enti pubblici, società partecipate, procedure amministrative e perfino il funzionamento di importanti organismi economici del territorio.
Tra i temi affrontati figurano anche le note vicende riguardanti la gestione di importanti realtà economiche locali, le polemiche sulle partecipate pubbliche e le questioni che negli anni hanno animato il dibattito attorno alle istituzioni economiche del Sud-Est siciliano.
Lo stesso soggetto aveva inoltre segnalato presunte anomalie relative a procedure esecutive immobiliari e vendite giudiziarie, ritenendo che alcuni aspetti meritassero approfondimenti da parte delle autorità competenti.
Tutte iniziative legittime.
Tutte attività che, in uno Stato di diritto, dovrebbero rappresentare il normale esercizio della partecipazione civica.
Eppure oggi il protagonista di questa vicenda si trova dall’altra parte della barricata.
Non come segnalante.
Ma come soggetto sottoposto a procedimenti e sequestri.
Naturalmente sarà la magistratura a stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto.
Ma alcune domande restano.
Ad esempio: come è possibile che procedimenti tra loro strettamente collegati seguano percorsi e tempistiche così differenti?
Come è possibile che alcune indagini si concludano in poche settimane mentre altre restino prive di una definizione chiara per periodi molto più lunghi?
Come è possibile che vicende nate da contestazioni edilizie si trasformino progressivamente in un complesso intreccio di sequestri, custodie, sostituzioni di custodi e nuovi procedimenti?
Sono domande.
Non sentenze.
Ed è proprio questo il punto.
Perché in una democrazia la credibilità delle istituzioni non si misura soltanto dalla correttezza delle decisioni, ma anche dalla capacità di apparire trasparenti, coerenti e comprensibili agli occhi dei cittadini.
La fiducia nella giustizia non nasce dall’assenza di critiche.
Nasce dalla possibilità di porre domande senza essere considerati nemici delle istituzioni.
Anzi.
Spesso chi pone domande è proprio chi nelle istituzioni continua a credere.
La vera ironia di questa storia è che il protagonista continua a dichiarare pubblicamente il proprio rispetto per la magistratura e per il ruolo costituzionale dei giudici.
Forse proprio per questo continua a chiedere verifiche, chiarimenti e approfondimenti.
Perché chi non crede nelle istituzioni smette di rivolgersi ad esse.
Chi continua a scrivere, segnalare e protocollare documenti, evidentemente, spera ancora che qualcuno legga.
E magari, questa volta, anche fino all’ultima pagina.
