“Senza Hitler” di Edoardo Erba con la regia di Rosario Minardi debutta al Teatro Il Canovaccio con un cast magnifico

“Senza Hitler” di Edoardo Erba con la regia di Rosario Minardi debutta al Teatro Il Canovaccio con un cast magnifico

Si è soliti introdurre una recensione con una sinossi tecnica, ma in questo caso è spontaneo esclamare subito “che magnifico lavoro”!  Uno di quelli che capita di rado, più sovente al Teatro del Canovaccio, palcoscenico privilegiato di piéce in quota che prediligono davvero ciò che affermava Federico García Lorca: “Il teatro è una scuola di lacrime e di risate, e un luogo libero dove gli uomini possono mettere in dubbio morali vecchie ed equivoche”.

E mai pensiero fu tanto idoneo al lavoro scritto per il teatro nel 2001 da un ispirato Edoardo Erba che tenta di patrocinare Adolf Hitler come un pittore che è riuscito a superare gli esami di accesso all’Accademia delle Belle Arti di Vienna: gli fornisce un’alternativa di omerica memoria, come una sorte da scegliere fra la Gloria e l’Oscurità, sebbene la gloria nel caso di Herr Wolf  sia l’accezione macabra del termine.

Lo scrittore pensa dunque ad un’altro risvolto, quello che si chiama ucronia, una sorta di conseguenza diversa causata da un evento compiuto o no. L’evento nell’interpretazione opposta di Erba si svolge negli anni ’50, e Adolf Hitler, anziché essere bocciato per ben due volte agli esami preliminari per meritare di accedere all’Accademia delle Belle Arti di Vienna, li supera e viene ammesso. Hitler non é il Fuhrer, ma un mediocre pittore che riesce ad esporre soltanto in gallerie di periferia; l’Europa è un grande paese tranquillo la cui capitale governativa è Stoccolma ed è abitato da un popolo estraneo a rivalse razziali. Il risultato sociale e politico di una guerra che non c’è stata non piace al frustrato artista mancato, che intervistato da Anna scompone l’attualità classificandola con disprezzo, esprimendosi come se scrivesse il suo Mein Kampt, il suo diario degli intenti che in questa ricostruzione non si traduce in programma politico. E’ sgrammaticato politicamente e non possiede i mezzi per dimostrare il suo odio, se non attraverso quadri, inquietanti immagini oniriche di scheletri ammassati, uomini violati, commentati a margine. Anna, inviata da una rivista d’arte, ne rimane sconvolta, lo intervista cercando di sollecitare in lui una spiegazione che viene raggirata ad “arte”. Si instaura con la giornalista un rapporto controverso: inquieta e curiosa Anna, speranzoso di suscitare un interesse che finalmente si traduca in articolo, Adolf. L’istallazione scenica curata da Bernardo Perrone, – assai competente in ricostruzioni in bianco e nero con pochi contrasti di colore (un divano e una poltrona-trono) che impregna di significati psicologici come pochi -, è un appartamento freddo e modulare come un bunker, rallegrato appena dai fiori di Eva che ogni giorno consuma ogni residuo di energia per compiacere il suo Adi. Un funzionario di stato assai solerte sovente gli fa visita ricordandogli che deve essere inquadrato nel sistema burocratico vigente e che le sue mosse e quelle di Eva sono controllate.

Rosario Minardi, regista ed interprete di Senza Hitler coordina la scena dall’interno in modo preciso; è anche l’altro Hitler, emaciato, sofferente con una inquietudine mal celata che lo sta logorando: alterna ghigni di dolore a smorfie di disprezzo. Il suo fuhrer mancato a tratti muove a compassione, riesce a suscitare in chi guarda ciò che è il sospetto trasversale che fomenta il dubbio: perchè ha scelto il male e lo ha perseguito in maniera tanto atroce? Rosario Minardi restituisce bene l’oscurità in cui Hitler nascondeva le sue perversioni, risvegliando lo spettatore dalla fuggevole sensazione di pena.

Lydia Giordano (che di Edoardo Erba aveva già interpretato in Teatro “Muratori”) veste con precisione il ruolo, occupando la dimensione in cui era vissuta Eva Braun dall’età di 17 anni quando aveva incontrato Hitler nello studio fotografico di Monaco di Baviera in cui lavorava per imparare il mestiere di fotografa. Era il 1929,  Hitler le venne presentato come “signor Wolf”, alla vigilia della notte dei coltelli che avrebbe dato inizio alla storia che purtroppo avvenne. Lydia indossa la fragilità e la pazienza di Eva e lo fa con personali interpretazioni che la collocano nello spazio del paradosso, fra la folle spensieratezza, l’avvilimento e l’ironia. Ci fa intravedere il passato di dipendenza che la giovane aveva da quell’uomo (due volte aveva tentato il suicidio quando Hitler si assentava lunghi periodi  per ragioni politiche), un passato che l’amante, in questo lavoro, assimila nel presente: forse amata ma mai protetta.

Loriana Rosto interpreta Anna Frank da grande, che riesce a diventare giornalista, a concretizzare la propria vocazione alla scrittura. Ed è concreta, Loriana è una giovane determinata a non cedere al potere e riesce a farlo da adulta ma evocando nella sua versione brevi cenni di adolescenza. Molto, molto credibile.

Concetto Venti è il funzionario di Stato, una giacca di pelle, un atteggiamento ossequioso ma irreprensibile, sembra riassumere in sé il potere che si rivolta contro la prepotenza, che non ne subisce il fascino, ma che nutre il dubbio in un angolo del senso del dovere, dell’asservimento alla prassi imposta. In prima istanza, il ruolo sembra misterioso ed ingiustificato nello sviluppo narrativo, ma poco dopo le sue incursioni sul palcoscenico come nell’appartamento diventano più chiare: in come è stato e in come poteva essere, lui è la regola statica ed estranea alle leggi morali, che comunque sia andata sta lì a vivere della propria matematica applicazione.

Il lavoro, a cui ha preso parte una squadra di bravi professionisti che ne hanno curato l’assistenza alla regia, l’assistenza tecnica, le scene, le luci, i costumi, il trucco ed il parrucco, ha suscitato nel pubblico del Canovaccio un consenso copioso che si è espresso in lunghi applausi ed infine in una richiesta di repliche straordinarie avvenute sino allo scorso fine settimana. Il lavoro (che ha un insigne predecessore in Armando Pogliese come regista) ha un valore narrativo e psicologico coinvolgente, che gode di una magnifica regia ed interpretazioni: l’apparente innocuità del personaggio di Adolf, l’ansiosa premura di Eva, la temerarietà di Anna e il piatto senso del dovere del gendarme sono quattro profili psicologici precisi che sottendono la razionale nuova configurazione per effetto di uno switch che permette fantasticamente di cambiare i fatti che non hanno permesso quel finale, restituendoci comunque la stessa verità sui personaggi: la guerra non c’è nel racconto di Erba, ma la personalità neuro atipica del Hitler finisce col ferire comunque chi popola il miscrocosmo in cui si muovono.

SENZA HITLER
di Edoardo Erba
Regia di Rosario Minardi
Con Lydia Giordano, Loriana Rosto, Rosario Minardi, Concetto Venti
Assistente alla regia Rita Stivale
Assistente tecnico Francesco Rizzo
Luci di Marco Napoli
Scene di Bernardo Perrone
Costumi di Rosy Bellomia
Trucco e parrucco Alfredo Danese
Produzione Associazione culturale in arte e Teatro del Canovaccio
Stagione Fragori – Teatro del Canovaccio Catania -15, 16, 17, 22 e 23 maggio 2026
Visto il 23 maggio 2026 al Teatro del Canovaccio di Catania
Foto di Agatino Di Polito

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