Nato dalla frase pronunciata da Diego Abatantuono nell’ultima scena del film premio Oscar “Mediterraneo”, divenne la marcata esclamazione nel titolo della canzone di Giorgio Faletti presentata al Festival di Sanremo del 1994. Canzone che incontrò le perplessità degli organizzatori prima e impattò poi con la potenza di un crash-test sull’opinione pubblica. Testo fuori contesto, ma di memoria solidissima improntata alla disillusione, alla constatazione che i valori per i quali si combatte una guerra, che sia un conflitto mondiale o la lotta alla mafia, quella di tricea, che i valori, dicevo spariscono spazzati via dalle regole dei “massimi sistemi” che l’uomo senza Dio ogni tanto s’inventa e cambia.

Seicento repliche, rappresentata praticamente in tutti i teatri d’Italia. Prossimo appuntamento a Belpasso, in Sicilia è stata adesso in tournèe a Sambuca, Montalbano Elicona, Comiso, Acireale, Aci Bonaccorsi, Modica, Augusta, Piazza Armerina, Marsala, Mazzara del Vallo, per procedere poi verso i teatri della Puglia, Siena, Milano, Monza, Piemonte, Veneto.
E’ stata scritta da Antonio Grosso nel 2008, quando l’attore era appena ventitréenne; in quasi ventanni, ha mantenuto il canovaccio originale, facendo alcuni innesti strada facendo. E’ il capolavoro personale dell’attore, il lavoro della vita, quello che si scrive nel delirio creativo perfetto. Antonio Grosso racconta senza retorica, – accordando il lustro che essi meritano -, di eroi di quotidiana estrazione che hanno scalato a mani nude il fenomeno mafioso di un preciso momento storico-criminale e che non hanno avuto paura di “morire una volta sola”. Rapito dalla potente fascinazione che la canzone di Giorgio Faletti esercita ad ogni ascolto, l’attore e regista ha realizzato una storia meravigliosa, composta degli elementi semplici del Verismo: l’ambiente popolare, la caserma, l’uso del dialetto, le tipizzazioni dialettali e sebbene l’autore sia in mezzo alla storia come attore, egli rimane estraneo nella narrazione. I tempi vivi aiutati dall’uso delle luci: il sole cocente oltre le finestre, il buio morbido e rassicurante delle strade e della piazza. Gli elementi mobili che circoscrivono la caserma e quelli che si aprono agli esterni, agli esterni notte quelli che fanno da complice ad una coppia di innamorati, clandestini per il ruolo di lui. Piani narrativi multipli affidati al monologo dell’eccentrico del paese che proclama le bellezze e le contraddizioni della Sicilia, e a due “pupi” umani che duellano a suon di rime: intuizioni registiche straordinarie che contengono il potere di sostenere didascalicamente l’intervallo fra un cambio scenografico in movimento ed un altro e sono al tempo stesso odi, dichiarazioni di amore, di quell’amore spezzato e non corrisposto ad una donna-terra bedda che l’uomo che dovrebbe rispettare, invece tradisce.

I ritmi, sin dal primo istante, sono battenti, crescenti in un incastro perfetto di battute, dialoghi, momenti di stacco gioioso, una pausa dal serio ruolo istituzionale di carabiniere. A causa dell’obbligo virtuoso di mantenere la trasparenza e prevenire la corruzione, i Carabinieri vengono assegnati da regioni diverse e qui i dialetti con inflessioni diverse creano un meltin pot gioioso e divertente che nello spettatore suscita commozione. E questo crescendo sale scena dopo scena, azione dopo azione, espressione dopo espressione, sino a raggiungere il valore massimo, al punto che, (intuizione narrativa strategica, straordinariamente messa a punto dall’autore e dal regista), lo spettatore memore del testo della canzone, pensa che il peggio non verrà raccontato, che il finale sarà migliorato dalla finzione scenica, che lo scrittore si sia preso il privilegio di cambiarlo…e poi… Ho visto spettatori tossire per il troppo ridere, battere le mani ad ogni scenetta. E poi ammutolirsi, chiudere gli occhi e tamponarsi le palpebre… E il teatro cade in un silenzio assoluto, assorto come in Chiesa. Ecco, io non so se si tratta di una reazione che si ripete ad ogni rappresentazione, ma sembra davvero il silenzio che per un istante ci deve essere stato dopo i boati strazianti degli attentati a Falcone e Borsellino. E non si tratta soltanto di un silenzio acustico, ma di quello della sorpresa e del vuoto che ciascuno di noi che c’era ha avvertito il 23 maggio e il 19 luglio del 1992.

E’ la storia-immonda-storia, quella che se la prende con l’onesto e Antonio Grosso l’ha saputa raccontare dal punto di vista dell’onesto carabiniere che in ogni grado e ruolo prende delle decisioni cercando sempre di fare il proprio dovere, “per poco più di un milione al mese…” La racconta per il tramite della Giustizia, di quell’Arma eccellente di Regia Costituzione che, se sono parole nella canzone di Giorgio Faletti, qui prendono corpo nelle persone di Gaspare Di Stefano, Francesco Nannarelli, Antonello Pascale, Giuseppe Renzo, Franco Scascitelli, Mariano Viggiano e Antonio Grosso. Sono i leali abitanti di una modesta caserma di un paesino della provincia palermitana, un paesino anonimo e luminoso dove tutti si conoscono e succede un funerale ogni mille mai. La vita scorre tranquilla e le uniche denunce sono quelle nate dalla stravaganza dell’ingenuo sempliciotto della comunità e il problema più impellente del maresciallo è il fidanzamento fra un carabiniere e un’autoctona, vicinanza espressamente vietata dal regolamento. Ma forse in paese si potrebbe nascondere un latitante… “shhh, nun o’ adda sapé nisciuno”. Essi non fanno i carabinieri ma li interpretano così sinceramente da esserlo. E ciascun attore è bravissimo a mettere a punto un proprio modo di personalizzare il ruolo e anche se portano la medesima divisa, allo spettatore rimarrà memoria di chi faceva cosa tanto che, incontrandoli fuori dai camerini, quando stringi loro la mano, li guardi negli occhi ricordando quello fidanzato, il padre di famiglia, l’amante dell’azione, il maresciallo pavido, il tenente assorbito coscientemente dal proprio dovere e non puoi fare a meno di provare rispetto e avvertire un pizzico di timore riverenziale.

Antonio Grosso (un brigadiere) e Antonello Pascale (il maresciallo), una coppia intonata e già omologata nelle piece “Il Piccolo Principe, in arte Totò e “Due preti di troppo”, scritti dal primo ed egregiamente interpretati da entrambi. L’impronta è quella dell’ironia, quella che c’è per natura in tutte le cose del quotidiano e da ricavare da ciò che accade, che si parli del vissuto di una chiesetta della periferia scomoda di Napoli, o di quello di un grande uomo e grande attore come Antonio De Curtis. Ed insieme, con una spontaneità che deriva loro dal talento oltre che dall’abilità attoriale, raggiungono quelle frequenze di amarezza ed ineluttabilità insite in ogni aspetto della vita vera che loro hanno scelto di rappresentare.

Adriano Aiello, Parerella l’eccentrico del villaggio (ruolo rivestito all’inizio da Natale Russo), un personaggio noto in paese ed in caserma per la fissazione di sporgere denunce per ogni genere di sottrazione di bene. Due volte al giorno si presenta dai carabinieri a raccontare di furti di calzini e assurdità varie; come capita nelle piccole e più sincere comunità tutti gli vogliono bene. Questo è un personaggio “iconico”, importante perché di collegamento fra tutti e non soltanto per il colore che Adriano Aiello riesce a conferirgli con la sua consueta bravura. Rappresenta, nell’idea dell’autore, il tentativo strenuo di restare bambini, di tenere legati a sé la leggerezza e la gioia che scaturiscono dalle piccole cose che ogni giorno si cerca di mettere al riparo dalla malignità e dalla malvagità. Adriano Aiello, attore che lavora con i bambini nelle corsie degli ospedali (si è formato con Patch Adams), è un “figurante speciale”, possiede tecniche di ricerca interiore straordinaria e talenti evidenti di trasfigurazione dei personaggi: è buffo e struggente al tempo stesso, capace di spostarsi con credibilità da una caratteristica all’altra del ruolo. Una delle scene più divertenti vede Antonio Grosso/brigadiere che cerca di tradurre all’appuntato che deve scrivere le parole con una pronuncia che a Parerella non gli riesce per niente!
Martina Zuccarello è Sara, fidanzata nel segreto con l’appuntato carabiniere dedicato alla cucina. Vuole sposarsi, ma non vorrebbe lasciare la sua Sicilia e tenta quando con lusinghe, quando con toni reprimendi l’ossernate maresciallo. Siciliana di Catania, l’attrice (che si è alternata con Delia Oddo in questi lunghi anni di repliche) possiede un ruolo non facile per mimica espressiva ed emotiva dimostrando disinvoltura nel controllo delle peculiarità che appartengono a Sara, ragazza semplice con valori autentici, soddisfatta di lavorare nel panificio di famiglia e desiderosa di farsi una famiglia tutta sua. Martina Zuccarello/Sara e Adriano Aiello/Parerella sono i protagonisti di un indimenticabile segmento che li vede nelle movenze perfette dei pupi siciliani, in un dialogo che occupa uno dei livelli narrativi introdotti dall’autore.

