Nihil sub sole novi.
Di olocausti e di deportazioni è fatta la storia dell’umanità fin dalle sue origini: gli ebrei deportati dai romani, l’olocausto degli armeni ad opera dei turchi, l’olocausto degli ebrei per mano nazista, la deportazione di migliaia di famiglie dalla Spina di Borgo a Roma per far posto alla Via della Conciliazione per mano fascista, l’esodo giuliano dalmata alla fine della seconda guerra mondiale solo per citarne alcuni dei più noti: sono tutte vicende che ci rattristano e ci indignano, ma tristezza e indignazione durano lo spazio di qualche giorno, di qualche minuto, spesso solo qualche secondo, poi si pensa ad altro.
Ora immaginatevi, cari lettori, di addormentarvi nel vostro letto e di svegliarvi l’indomani a Brooklyn o a Calcutta oppure, che so, a Buenos Aires perché qualcun altro ha deciso così; sradicandovi dalla vostra terra, dalla vostra casa e privandovi della vostra identità: tristezza, indignazione, rabbia, dolore non durerebbero qualche minuto, ma segnerebbero per sempre la vostra vita.
Ecco! E’ quanto è accaduto agli abitanti (parecchie decine di migliaia) del quartiere medievale di San Berillo a Catania che prende il nome dal suo primo leggendario vescovo.
70 anni fa le case, i palazzi furono abbattuti e i loro abitanti furono deportati in abitazioni tutte uguali e anonime, lontane dalla città, nelle sciare del Duca di Carcaci che avevano sepolto per sempre nel 1669 le fertilissime pianure di Nesima.
Con una decisione scriteriata e violenta si cancellò una parte importante della storia e della vita della Città di Catania: un vero e proprio crimine sociale. Oggi la gran parte di quei cittadini “abusati” sono “all’Acquicella” (il nome popolare del cimitero cittadino, tratto dal torrente che ne segna a nord il confine) e fra non molti anni cadranno nell’oblio anche le atmosfere e gli odori animici di quei luoghi scomparsi così come anche il nome del quartiere va pian piano a modificarsi.
Nessun catanese 70 anni fa chiamava il quartiere San Berillo, ma usava un più familiare “Sampirillu” dove la enne di San mutava in emme e la B in P, ma in maniera dolce e sfumata sicché ne usciva un delicato e accattivante “Sampirillu”, appellativo trasferito, a piè pari, dal popolo al nuovo insediamento-ghetto chiamato familiarmente “Sampirillu novu”; e pian piano anche la lingua si adegua e quasi nessuno oggi, fra quelli che ci abitano dice di abitare a Sampirillu novu, ma “o Cussu Indipendenza”, il Corso Indipendenza.
Di questa mattanza storica, sociale, linguistica e umana ha dato testimonianza un fine intellettuale catanese Domenico Trischitta, figlio del vecchio e del nuovo San Berillo, che in diverse opere (Una raggiante Catania, Le lunghe notti, L’oro di San Berillo, solo per citarne alcune) s’è sperticato per non far cadere nell’oblio questo indegno vulnus subito da una città e una popolazione innocente.
La pièce teatrale “L’Oro di san Berillo”, prodotto da Associazione Città Teatro, che abbiamo visto l’altra sera al Piccolo Teatro di Catania per la regia di Gisella Calì e che prende spunto dalla più famosa “L’oro di Napoli” di Peppino Marotta, rappresenta l’apice narrativo di questa lotta contro l’oblio.
In scena un cast di straordinaria bravura: Cosimo Coltraro, Carmela Buffa Calleo, Axel Torrisi, Giorgia Morana, Alessandro Chiaramonte, Daniele Caruso mentre la direzione musicale era di Elisa Giunta, le coreografie di Erika Spagnolo, i costumi di Rosy Bellomia e le scenografie di Rosario Di Paola.
A narrare la vita dei “Sampirilloti” è Don Saro – il padre di Mimmo Trischitta nella realtà – reso alla perfezione da un Cosimo Coltraro in stato di grazia, coadiuvato da autentici talenti, prima fra tutti Carmela Buffa Calleo che si è profusa, da vera Signora della scena, in un applauditissimo monologo; mentre il palestrato Alex Torrisi ha incarnato, come meglio non si poteva, il travaglio intimo del “Puppu che minni”, come si diceva a Sampirillu, cioè il travestito, il viados nella attuale lingua “senza sangu” dei “visi pallidi”.

Ad accompagnare i momenti topici dello spettacolo, Gisella Calì si è prodotta in invenzioni e sottolineature davvero efficaci, come l’utilizzo di motivi musicali stranoti e cari agli spettatori tesi a rafforzare il pathos dei temi e delle emozioni rappresentate, come la danza Tip-Tap di Daniele Caruso e Alex Torrisi che ha avvicinato le vie e i suoni del vecchio San Berillo alla Vaudeville del Settecento francese a alla Broadway degli anni ’40 del novecento; insomma una girandola continua di episodi e scene composte e ricomposte in pochi secondi che hanno interdetto agli spettatori ogni distrazione fino al coinvolgimento di alcuni di essi – “fortunati” – oggetto degli approcci e delle profferte della procace e generosa “signorina” cui ha concesso la propria anima una ammiccante, suadente e brava Giorgia Morana.

Uno spettacolo davvero emozionante nel quale il sorriso e la risata si sono alternate alla riflessione e finanche al dolore per la dispersione e lo spreco di un inestimabile tesoro identitario.
Applausi scroscianti e ripetuti hanno salutato gli attori e le maestranze al loro congedo.
