L’Uomo, la Bestia e la Virtù, di Luigi Pirandello al Teatro Angelo Musco nell’ambito della Stagione Teatrale 2025/2026 , per la regia di Plinio Milazzo, ha registrato il tutto esaurito nel corso delle tre settimane di allestimento. Scritta nel 1919 in tre atti per il teatro, si basa sulla novella del 1906 intitolata “Richiamo all’obbligo”. E’ stata e rimane una delle esperienze teatrali più riuscite e maggiormente rappresentate fra i lavori dello scrittore “girgentano”.
Con Salvo Saitta, Eduardo Saitta, Francesca Agate, Aldo Toscano, Elisa Franco, Ramona Polizzi, Gianluca Barbagallo, Adriano Fichera, Giuseppe Parisi e Giacomo Lentini. Regia di Plinio Milazzo, direttore di scena Franco Sardo; scene di Salvo Mangiagli, costumi del Laboratorio del Teatro Angelo Musco, sarta Graziella Torretti; datore luci Alessia Zarcone.

Dieci personaggi per narrare i costumi (oggi con una certa faciloneria si qualificherebbero “sessuali”) di un “trittico” di persone scremato dalla società perbenista di un luogo generico regolato sulle abitudini di un professore di materie umanistiche (Paolino), di un marito marinaio (Capitano Perella), grande assente e della di lui moglie gravemente trascurata (signora Perella). Il “terreno” ormai incolto da anni, viene “curato” da qualche anno dal Professore Paolino, uomo di specchiata correttezza, indiscutibile cultura, celibe e in fin dei conti uomo. Quando il seme lasciato sul terreno “genera frutto”, ovvero la signora Perella, donna morigerata di indubbia virtù si accorge di aspettare un bambino, per affrancarsi dallo scandalo che investirebbe i due amanti, occorre costringere ai propri doveri coniugali il Capitano che sempre si defila per vivere bestialmente e senza scrupoli una relazione con prole con una donna napoletana. La messa in scena di questo imbroglio scatena divertimento e certamente riflessione. Fa riflettere innanzitutto sul senso di colpa che forse viveva Luigi Pirandello devoto ad una moglie instabile e bisognosa di cure e attratto da Marta Abba e, sebbene non sia giunta a noi alcuna prova che essi avessero una storia, è indubbio che ci fosse una relazione di stima reciproca.
Plinio Milazzo si misura con questo capolavoro osservando le regole del rispetto dell’impianto originale e nei riguardi dello scrittore, ma per chi lo conosce e lo ha seguito negli anni catanesi dei suoi progressi di attore specializzato nella commedia, può rintracciare in questo allestimento uno squisito approccio ai registri della commedia dell’arte adoperata come cuneo, come zeppa per suscitare in tempi diversi dal 1906 reazioni nel pubblico di oggi. La sua regia è poi molto attenta nel dettaglio dei personaggi: ciascuno per il tempo che rimane in scena è incaricato di caratterizzare il fatto che gli appartiene, studiato nei gesti,nel piglio espressivo, l’inflessione della voce, come quella di Nonò (primo figlio dei Perella e alunno del professore Paolino) e in certi passaggi quasi di taglio cinematografico, come il subentro della mano del medico condotto alla mano dell’amata signora Perella che abbandona la scena. Anche il misurato uso del grammelot, dei suoni vocali che sintetizzano una condizione, che spiegano una esperienza emotiva è una ulteriore attenzione del regista verso la commedia dell’arte.

Eduardo Saitta, il professore Paolino: l’attore di natura vulcanico, qui riesce a prendere le misure di un uomo che durante la propria vita ha operato scelte all’insegna dell’etica e del rigore: le materie che insegna lo rappresentano benissimo in un quadro definito e di perimetro confortevole. L’essere messo di fronte ad una circostanza sorprendente che lo sposta dalle sue regole, lo destabilizza ma mette in moto una inclinazione al progetto di un piano B necessario seppure lontano dai propri principi. Ecco Eduardo in questa compostezza si ritrova a proprio agio, riuscendo a sembrare addirittura più adulto se non per ritornare infantile e naturalmente dinamico nella ricostruzione grafica che fa alla lavagna per tentare di alleviare il peso della colpa. Ad Eduardo Saitta è affidata la didascalia morale “sull’uso improprio” che si fa di una moglie di cui, dopo anni di matrimonio si cronicizza il ruolo riconoscendola solo come una governante, una vestale a custodia di un equilibio domestico che “l’uomo-bestia” ha egoistica convenienza a mantenere.

Francesca Agate, la signora Perella: attrice sorprendente per la capacità di trasformazione a cui riesce a prestarsi: assume, nell’eleganza del ruolo di una moglie borghese, il perbenismo ossequioso specchio degli obblighi sociali di facciata; nello stesso istante trascura le pose e fa passare di sé condotte più semplici, buffe ma spontanee nelle quali si intravede la sua verità, quella della moglie sottostimata, psicologicamente abusata ma allo stesso tempo spaventata dall’inaspettato fuori programma. Si riconoscono in lei i temi cui Pirandello si era ispirato per rappresentare la Virtù, ma alla fine dei giochi, Francesca Agate/signora Perella riesce a qualificarsi anche in un altro modo: nella sua vestaglia di seta a fiori, i capelli sciolti e liberi, infine, nel gesto di spostare i vasi dei geranei, è talmente un’altra persona da far dubitare nello spettatore che sia stata lei fino a un momento prima.

Salvo Saitta, il farmacista Totò Pulejo, vicino di casa e “speziale” in grado di preparare il potente afrodisiaco. Ogni qual volta mi approccio a scrivere di lui provo compiacimento per averlo visto recitare e estrema riverenza nel formulare la riflessione. Salvo Saitta è dunque come quegli studenti brillanti che all’interrogazione cominciano a parlare e l’inseganante li ferma e li manda a posto perché è evidente che conoscano la lezione. Come interprete di Pirandello non è secondo a nessuno e che sia un ergastolano, il malato immaginario, l’avaro, o Ciampa ogni sua espressione, ogni suo gesto catturano l’attenzione. Dopo i lunghi applausi, lo vedi defilarsi con estrema gratitudine ed imbarazzo quando chi lo aspetta fuori dai camerini (e sono tanti) lo omaggia del proprio apprezzamento. Salvo Saitta è un leone da palcoscenico e un galantuomo nella vita di ogni giorno.
Aldo Toscano, Nino Pulejo il medico condotto fratello del farmacista. Possiede una mimica facciale che gli consente di “vivificare” qualsiasi personaggio. Negli anni, ho avuto modo di riconoscerne il valore in innumerevoli interpretazioni per il teatro, la Tv, il cinema. Ciascuna di esse mai ripetitiva. Nelle vesti del medico condotto vicino di casa e buon amico di Paolino fa da spalla nella scena pensata forse con le caratteristiche delle scenette del cabaret di remota reminescenza: egli segue perfettamente col capo e con gli occhi le volute, i disegni, le frecce disegnate dal professore sulla sua lavagna e anche quando non dice e subisce il profluvio di parole è argutamente eloquente. Il duo risulta irresistibile e la scena indimenticabile.

Elisa Franco e Ramona Polizzi, rispettivamente Grazia, domestica di casa Perrella e Rosaria domestica del Professore Paolino. Ciascuna, benchè in un ambito identico, riesce a tracciare due personaggi diversi senza sovrapporsi e consolidando nella commedia il proprio posto. Domestiche ma non serve, hanno sempre in serbo qualche goloso ammiccamento e frecciatine sagaci. E’ un piacere godere ed apprezzare la recitazione di queste due brave artiste: Elisa Franco è nota inoltre per le sue raffinate doti di regista e montatrice di importanti video clip e Ramona Polizzi è anche una professionista nell’ambito della nutrizione.
Giacomo Lentini, il giovane allievo della scuola di Francesca Agate e Plinio Milazzo, nel ruolo di Nonò è la prova che in un lavoro fatto bene occorre curare ogni particolare. Il giovanissimo attore è il primogenito dei Perella, nonché alunno studioso e furbetto del professore Paolino. Interpreta con stile e spontaneo talento ogni scena in cui è presente lasciando memoria di sé. L’intonazione che da alla voce è indovinata, bravo!
Come bravi sono gli altri due studenti privati di Paolino, Giglio e Belli interpretati da Adriano Fichera e Giuseppe Parisi (che rivestono anche due ruoli minori). I loro personaggi sono curati negli abiti, trucco, inflessione vocale, costruiti e limati al punto di percepirli autentici seppur sembrano due maschere. I ruoli dei caratteristi sono qui curati da Plinio Milazzo affinché lascino l’impronta e non passino sul palcoscenico solo per necessità narrative. E gli attori scelti, tutti e tre (Lentini, Fichera, Parisi), si fanno ampiamente apprezzare.
Per ultimo ma non ultimo, Gianluca Barbagallo, attore siciliano noto anche per essere il presidente dell’Atletico Catania. Interpreta il Capitano Perella, imbarcato per lunghi periodi, col vizietto di fare figli con l’amante napoletana e declinare il biblico adempimento con la coniuge. Dovranno unirsi l’intuito e il mestiere dei due fratelli Pulejo per riportarlo ai suoi doveri di marito e compiere il piano progettato insieme al timoroso Paolino. Anche questa maschera è assai ben riuscita perchè arriva tutta l’arroganza di un uomo/bestia che decide per sé e la moglie legittimando comportamenti ignobili. Fisicamente lo qualifica assai bene avvicinandosi (almeno a me lo ha ricordato parecchio) al Capitan Haddock amico di Tin Tin.

Quando uno spettacolo è ben fatto, ovvero il suo risultato sulla scena è la risposta di un onesto compendio di progetto, casting, prove e limatura, si vede nei particolari quelli piccoli che hanno assimilato la dedizione e l’attenzione che ci ha messo la gente del mestiere, quella che sa come si fa e non si improvvisa da un momento all’altro. La regia e la recitazione sono impeccabili ma anche grazie alla cura dei costumi, dell’allestimento scenico e delle luci, L’Uomo, la Bestia e la Virtù con la regia di Plinio Milazzo è un lavoro che “fa scena”.
Oggi purtroppo, si da in pasto al pubblico con poco spreco di tempo ogni qualsivoglia “copia ed incolla” di classici troppo liberamente interpretati e il pubblico per noia subisce e non raccoglie l’offesa. L’Uomo, la Bestia e la Virtù portato in scena da Plinio Milazzo è osservante delle regole dell’opera originale mantenendo della commedia i toni grotteschi, ma esalta, anche grazie al lavoro di una squadra di attori come Francesaca Agate, Eduardo Saitta, Salvo Saitta, Aldo Toscano, Elisa Franco, Ramona Polizzi, Adriano Fichera, Gianluca Barbagallo, Giuseppe Parisi e Giacomo Lentini, l’umorismo insopprimibile che la vicenda cela sotto l’aura di tragedia socio-familiare.
