Scendere oggi al molo di Ognina, a Catania, significa trovarsi davanti a una scena che molti definiscono spettrale.
Quello che formalmente è un porto rifugio — tecnicamente un’insenatura e non un porto strutturato, con competenza in capo alla Regione Siciliana — appare oggi come un vero e proprio cimitero di imbarcazioni.
Barche affondate, scafi distrutti, relitti incastrati tra i pontili.
E dietro quelle carcasse non ci sono solo pezzi di vetroresina: ci sono decine di utenti rimasti senza barca, tra:
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pescatori marittimi professionali
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piccoli operatori del mare
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diportisti
Per molti, quel mezzo rappresentava lavoro, reddito, passione, identità.
Il molo ha retto. Ma reggerà la prossima mareggiata?
La domanda che circola tra chi frequenta quotidianamente l’area è semplice e inquietante:
Il porto rifugio di Ognina ha davvero i requisiti minimi di sicurezza marittima e portuale?
Il molo principale ha resistito all’ultima violenta mareggiata.
Ma gli operatori si chiedono:
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la struttura è monitorata con verifiche tecniche periodiche?
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i fondali e le opere di difesa sono adeguati alle condizioni meteo-marine sempre più estreme?
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esiste una valutazione aggiornata del rischio per le unità ormeggiate?
In un porto rifugio, la funzione primaria dovrebbe essere una sola: proteggere le imbarcazioni.
Oggi, a giudicare dallo stato delle barche, quella funzione sembra messa seriamente in discussione.
Interesse pubblico o interessi concessori?
Un altro interrogativo che emerge riguarda la gestione degli spazi:
Gli interessi dei concessionari dei pontili galleggianti sono oggi maggiormente tutelati rispetto alla sicurezza collettiva e al bene comune?
È una domanda legittima quando:
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le strutture private continuano a operare;
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i danni alle barche aumentano;
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gli utenti denunciano condizioni di rischio strutturale.
Non si tratta di puntare il dito, ma di chiarire se le concessioni demaniali siano state rilasciate e mantenute in un contesto che oggi risponde ancora ai requisiti di sicurezza.
Segnalazioni dal 2022, ma nessun riscontro
La Federazione Armatori Siciliani, nell’ambito del progetto indipendente
“Campagna di Educazione Ambientale”, dichiara di aver:
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depositato prove fotografiche e video agli enti competenti fin dal 2022
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segnalato nel tempo criticità strutturali e rischi per la sicurezza
Secondo quanto riferito, ad oggi non sarebbero pervenuti riscontri formali.
Proprio a seguito di questi mancati riscontri è nato il comitato cittadino:
“Ognina non si vende”
Nel mese di agosto 2025 il comitato ha presentato una denuncia sottoscritta da 50 cittadini, chiedendo espressamente — ai sensi dell’art. 408 c.p.p. — di essere informati in caso di richiesta di archiviazione.
Anche su questo fronte, secondo i promotori, non sarebbe arrivata alcuna comunicazione.
Una questione che supera il singolo porto
Ognina non è solo un problema locale.
Qui si incrociano:
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sicurezza della navigazione
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tutela del demanio marittimo
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gestione delle concessioni
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prevenzione del rischio
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diritti di lavoratori del mare e cittadini
Quando in un’area che dovrebbe offrire riparo si contano decine di barche distrutte, la questione non è più meteorologica, ma istituzionale e strutturale.
Le domande che restano
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Il porto rifugio di Ognina è oggi formalmente e tecnicamente idoneo a svolgere la sua funzione?
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Le condizioni strutturali sono state oggetto di verifiche recenti?
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Le concessioni demaniali sono compatibili con la sicurezza generale dell’area?
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Le segnalazioni depositate dal 2022 in poi hanno avuto un’istruttoria?
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La denuncia dei cittadini ha avuto un seguito?
Non sono accuse.
Sono domande di interesse pubblico che riguardano la sicurezza di persone, mezzi e attività economiche.
E quando il mare restituisce relitti invece che protezione,
qualcuno, prima o poi, dovrà dare delle risposte.

