La Forma delle Cose al Teatro Angelo Musco di Gravina di Catania

La Forma delle Cose al Teatro Angelo Musco di Gravina di Catania

“Essere o non essere, questo e il problema”.

E’ questo il refrain subliminale che accompagna lo spettatore che nel Teatro Angelo Musco di Gravina di Catania ha assistito l’altra sera alla pièce La “Forma delle Cose”, del drammaturgo americano Neil LaBute per la regia di Sergio Campisi.

La vicenda si snoda in un piccolo museo di provincia dove il giovane Adam guardiano di sala (Amedeo Amoroso) ossequioso e incerto fino alla morbilità psichica, è messo in scacco da Evelyn (Maria Chiara Paternò) visitatrice, il cui interesse inquietante verrà reso chiaro alla fine del dramma e con la quale egli instaura un gioco a scacchi tra colpi di scena e comportamenti apparentemente incomprensibili, frutto di giochi di potere che modificano tanto la vicenda quanto il destino e l’”Essere” di ciascuno dei protagonisti.

Lo spettacolo riprende e sviluppa le tematiche proprie del confronto tra i sessi che LaBute affronta in quasi tutte le sue opere e che si sostanziano, di fatto, nelle incessanti continue ridefinizione dei poteri che caratterizzano le relazioni umane, e ancor più, se sono relazioni di coppia. Relazioni che si dipanano in un ambiente rarefatto e tipico, da sempre, della cultura teatrale statunitense cui si aggiunge (di recente, ma non tanto) l’esasperato potere di tutto ciò che è immaginifico: l’immagine seduce, l’immagine soddisfa il proprio desiderio “erotico” e caratterizza la propria identità psichica sia essa nella forma conscia che in quella inconscia.

“La forma delle cose”, Nome Omen, indaga il destino ultimo dei protagonisti legato indissolubilmente al proprio carattere, archetipo e fonte di ogni “Essere” e di ogni “Non Essere”, attraverso l’appiglio mistificatore della forma e le cento maschere apposte alla sostanza.

Di fatto, s’è assistito ad uno spettacolo rompicapo che non ha consentito agli spettatori di distrarsi nemmeno per una grattatina all’orecchio, per l’ansia di non perdere nemmeno un tassello dell’intera vicenda.

Così come gradevoli e funzionali alla comprensione sono stati gli inserti dei diversi linguaggi artistici (danza, musiche e filmati) inseriti nella rappresentazione dal regista.

“La forma delle cose” è stata l’ulteriore conferma della cifra stilistica di Sergio Campisi che si conferma un operatore teatrale “speciale” nel panorama artistico catanese, con i suoi ragazzi della “Quarta parete”.

In questi anni, ha indagato l’animo umano con opere poco conosciute al grande pubblico (Bianco di Y. Reza, Replica di Marcello Guardo, Figliol prodigo di J. Patrick Shanley, etc)  tutte incentrate su meccanismi di indagine psicologica che non possono prescindere da veri e propri stress test situazionali; i quali inducono lo spettatore a comprendere che ogni vicenda umana ha una ragione che non è solo quella che si vede e nemmeno quella che non si vede e che si percepisce, ma quella è nel profondo ed è alla base del Sé freudiano: quell’immagine complessa, quel misto di coscio e inconscio, di razionalità e animalità che connota ogni essere umano e che il Maestro James Hillman ha chiamato il “Fare Anima”, cioè l’aspirazione di ciascuno tutta tesa a mitigare la condizione umana di autoinganno nella quale le persone nascondono i propri difetti e le proprie solitudini dietro ragionamenti futili e auto-giustificazioni; una critica bella e buona alla tendenza umana di costruire “cosmi personali” fatti di rancori e obiettivi sognati e mancati.

Quella di Campisi è dunque una esperienza teatrale di indubbio valore per la ricchezza della proposta culturale da destinare al pubblico e per la crescita personale dei giovani talenti che compongono la sua scuola.

I giovani Giuseppe Oriti, Cecilia Intorre e Salvatore Gabriel Intorre hanno accompagnato sul palcoscenico con attenzione ed entusiasmo Amedero Amoroso e Maria Chiara Paternò.

 

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