L’Unione Europea dice sì, la Regione esulta e sul tavolo arrivano 176 milioni di euro per l’aeroporto di Catania Fontanarossa, nell’ambito della rimodulazione del Fesr 2021-2027. Soldi che contribuiranno a un’opera da oltre 570 milioni di euro: interramento della linea ferroviaria, allungamento della pista e – udite udite – possibilità futura di una seconda pista, utilizzabile anche per velivoli militari. Il tutto sotto l’etichetta ormai passepartout del “dual use” civile e militare.
Fin qui i fatti. Poi iniziano le domande. E noi di metroct.it, non essendo avvezzi all’arte della riverenza istituzionale né al tifo a prescindere, ce le poniamo senza timore.
Ma l’aeroporto non andava verso la privatizzazione?
Per mesi – anni – si è parlato di privatizzazione dello scalo di Catania. Un percorso dato quasi per inevitabile, presentato come moderno, necessario, persino salvifico. E allora viene spontaneo chiedersi:
come mai, proprio adesso, questa valanga di fondi pubblici?
Se un’infrastruttura è destinata a essere privatizzata, la prassi suggerirebbe prudenza nell’investire risorse pubbliche così ingenti. A meno che:
-
la privatizzazione non fosse un bluff,
-
oppure qualcosa sia cambiato nel frattempo,
-
o ancora l’aeroporto sia diventato improvvisamente un “contenitore strategico” buono per molte funzioni, civili, militari, finanziarie, politiche.
Qual è la versione corretta? Nessuna risposta ufficiale, solo molta retorica sullo “sviluppo” e sulla “credibilità europea”.
Dual use: parola magica o foglia di fico?
Il concetto di infrastruttura a duplice uso oggi funziona un po’ come una chiave universale: apre i rubinetti europei, giustifica riprogrammazioni, consente spostamenti di risorse e rende tutto più “strategico”.
Ma la domanda resta:
Fontanarossa diventa davvero un hub militare strategico o questa definizione serve soprattutto a rendere finanziabile un’opera che altrimenti avrebbe avuto più ostacoli?
Perché se tutto diventa “difesa”, allora nulla è più davvero sottoposto a un serio dibattito pubblico.
Un grande contenitore. Ma di cosa?
L’aeroporto di Catania appare sempre più come un enorme contenitore:
-
di fondi europei,
-
di grandi opere,
-
di interessi incrociati,
-
di narrazioni politiche a geometria variabile.
Un giorno è da privatizzare, il giorno dopo è strategico per la difesa nazionale. Un giorno è in difficoltà, il giorno dopo è il perno dello sviluppo del Sud. Tutto vero? Forse. Tutto spiegato? Decisamente no.
L’unica verità che conta: i lavoratori
In mezzo a queste manovre, una cosa però è certa.
All’aeroporto di Catania lavorano migliaia di persone, padri e madri di famiglia, tecnici, operatori, addetti alla sicurezza, all’assistenza, ai servizi. Persone che nulla hanno a che fare con le strategie politiche, le rimodulazioni Fesr o le etichette “dual use”.
Ed è qui che metroct.it vuole essere chiarissimo:
qualsiasi scelta – privatizzazione, ripubblicizzazione, militarizzazione parziale o totale – non può e non deve ricadere sui lavoratori.
Niente operazioni opache, niente ristrutturazioni sulla loro pelle, niente “effetti collaterali” scaricati su chi garantisce ogni giorno il funzionamento dello scalo.
Meno slogan, più trasparenza
I 176 milioni europei non sono una colpa. Ma le domande su come, perché e verso dove si sta andando sono legittime.
E non possono essere liquidate con comunicati autocelebrativi o conferenze stampa entusiaste.
Catania e la Sicilia non hanno bisogno di narrazioni accomodanti. Hanno bisogno di trasparenza, coerenza e verità, anche quando sono scomode.
Noi continueremo a farle, queste domande.
Senza essere contro tutto, ma senza essere lecchini di nessuno.
Perché lo sviluppo vero non teme il controllo pubblico. E chi lavora, merita certezze, non slogan.
