Se lo dicono loro… allora quanti sono gli altri? Breve guida per il cittadino confuso davanti al referendum sulla magistratura

Se lo dicono loro… allora quanti sono gli altri? Breve guida per il cittadino confuso davanti al referendum sulla magistratura

L’opinione pubblica è un animale semplice: ascolta, guarda, collega i puntini. E quando sente ripetere con insistenza espressioni come “magistrati onesti, bravi e coraggiosi”, inevitabilmente si pone una domanda elementare, quasi ingenua: ma gli altri?

Perché se tra magistrati, ex magistrati, giuristi, costituzionalisti e addetti ai lavori si sente il bisogno di specificare “quelli onesti”, il cittadino medio – che non frequenta correnti, corridoi di palazzo né porti delle nebbie – inizia a sospettare che l’aggettivo non sia ornamentale, ma necessario.

Il referendum sulla magistratura, che ufficialmente dovrebbe parlare di riforme, garanzie e assetti istituzionali, si sta trasformando giorno dopo giorno in una sorta di autobiografia collettiva non autorizzata dell’ordine giudiziario. Una narrazione in cui tutti rivendicano la difesa della Costituzione, ma nessuno sembra voler difendere l’idea, molto più semplice, che la magistratura sia un corpo compatto, credibile e riconoscibile.

Il messaggio che arriva fuori dai palazzi è questo:
– ci sono magistrati onesti;
– ci sono magistrati coraggiosi;
– ci sono magistrati umili;
– e poi… ci sono gli altri, di cui però è meglio non fare nomi, ma che tutti sembrano conoscere.

Il cittadino ascolta e pensa: “Se perfino loro parlano di Giuda in toga, di correnti, di abusi, di carriere, di silenzi, di insabbiamenti, allora perché dovrei fidarmi?”
Ed ecco il paradosso: mentre si invita a votare in nome della Costituzione, si scava sotto le fondamenta della fiducia pubblica.

Non è una partita di calcio, ci viene detto. Vero. Ma il tifo c’è eccome. Solo che non è più tra Sì e No: è tra chi dice di essere dalla parte giusta e chi viene descritto come il problema senza mai essere chiamato per nome. Una sorta di grande processo senza imputati, dove tutti sono testimoni e nessuno è responsabile.

Il risultato è che l’opinione pubblica, già stanca e disillusa, assiste a questo spettacolo con crescente cinismo: se anche chi difende la magistratura sente il bisogno di distinguere, giustificare, separare, allora forse il problema non è il referendum.
Forse il problema è che la toga, da simbolo di unità e garanzia, è diventata un campo minato narrativo.

E alla fine il cittadino, che dovrebbe essere il destinatario ultimo della giustizia, resta con una certezza sola:
se persino tra loro si parlano così, allora non stupiamoci se fuori qualcuno smette di credere che basti una toga per garantire la giustizia.

Ironia della sorte: nel tentativo di difendere la magistratura, la si racconta come il Paese racconta tutto il resto – diviso, sospettoso, attraversato da poteri, correnti e tradimenti.
E la fiducia, quella sì, finisce per votare scheda bianca.

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