Interprete Tymisha Harris.
Autori Tymisha Harris, Michael Marinaccio and Tod Kimbro; Regia di Michael Marinaccio; Luci a cura di Michael Marinaccio; Musiche Tod Kimbro; Costumi di Tymisha Harris.
Produzione Dynamite Lunchbox.
Sulla pagina degli spettacoli portati in tournée da Tymisha Harris e dalla compagnia, sotto la locandina di “Josephine” c’è scritto: “Prima di Ella, Tina, Billie o Beyoncé c’era Josephine, la prima superstar internazionale afroamericana”.
Josephine Baker classe 1906, originaria di Saint Louis, donna di straordinari talento ed energia, è portata in scena da Tymisha Harris, – americana originaria di El Paso ma residente a Orlando -, in uno spettacolo in tournée dal 2018, praticamente senza patire soste, conquistando premi a mani piene ovunque sia stato allestito. Catturata ad Avignone da Francesca Romana Vitale e da Renato Lombardo, già nella prima settimana della IV edizione del Catania Fringe Festival ha conquistato il pubblico catanese registrando il tutto esaurito per otto sere in due settimane di Fringe Festival, in due diversi teatri.
Tymisha Harris (alias “Tush”) si esibisce professionalmente da oltre venti anni come assistente coreografa e ballerina di supporto; ha rivestito diversi ruoli agli Universal Studios di Orlando e conquistato il Cinema come protagonista nella serie di successo “Bring It On”. Tra i suoi impegni più recenti figurano il tour nazionale di Rock of Ages, un tour europeo con l’innovativa e rinomata Pilobulus Dance Theater Company e il ruolo di membro fondatore, assistente alla regia e coreografa della compagnia di successo di Orlando, VarieTease.
Micheal Marinaccio, regista ed autore e Tom Kimbro, direttore musicale, che lavorano con lei allo spettacolo, sono giovani e preparati artisti con anni di esperienza e numerosi riconoscimenti all’estro e alla professionalità.

Come tutte le volte che ci si confronta con i granitici artisti del passato, l’approccio all’emulazione è impegnativo, e vestendo il gonnellino e le piume di Josephine Baker, Tymisha Harris sostiene con sbalorditiva bravura una performance degna dell’ovazione finale del “tutti in piedi” che si è ripetuta per quattro sere di fila a Catania e altre quattro al Teatro Stabile di Mascalucia, Mario Re.
Grazie ad una fisicità assai somigliante a quella della Baker, cambiando abito con la disilvoltura di chi è padrona del proprio corpo, si muove sulla scena con l’eleganza di un animale a cui non appartiene il senso del pudore, ma che bensì è consapevole e allo stesso tempo incurante, che ogni suo gesto sarà guardato ed ammirato. Tymisha racconta la sua Josephine vestendo abiti di scena preziosi ed eleganti, ballando con tecnicismi che si liberano di ogni regola trasformandosi in improvvisazione vera ed appassionante e coinvolgono spalle testa ed occhi in scatti ed espressioni buffe si, ma che posseggono la natura primitiva e vibrante del movimento che gli afroamericani posseggono più di altri. Narra, nelle pause fra balli e canzoni, la vita da Josephine, il coraggio, la tempra, la tenacia che l’ hanno fatta correre oltre i suoi passi e la sua ombra. A differenza dei crolli emotivi di attori ed attrici che attraversano momenti di difficoltà, Tymisha ci parla di una donna che mai ha perduto la volontà di vivere oltre i limiti, per la quale le difficoltà davvero rappresentavano un’occasione per trovare nuove vie da percorrere. Tymisha Harris ci racconta facendolo rivivire sul palcoscenico, un personaggio che il mondo ricordava soltanto per il suo gonnellino di banane e le pettinature corte ed incollate sulla testa e che era una grande donna colta, generosa che non dimenticò mai la causa della discriminazione razziale. Nella narrativa dello spettacolo vengono messi in luce aspetti taciuti e quasi inediti della personalità di Josephine Baker.

Josephine Baker, carismatica creatura, ha portato la propria vita oltre le aspettative concesse alle “persone come lei”, portata in scena da Tymisha Harris con lo stesso istinto naturale al movimento che Josephine sentiva nella propria pancia. Si era sottratta agli obblighi limitanti che altri volevano imporle, fuggendo oltre i propri passi, scoprendo l’ombra del proprio corpo che andava assecondata, osservata, ma non rimanendovi offuscata. E così fece: ebbe una vita incredibile, fatta di scelte importanti, magari folli ma sempre ragionate e intensamente volute. Impara l’arte della danza nei teatri di Saint Louis riservati ai soli negri, anzi sarebbe meglio dire ad esercitarla perché la danza quella frenetica coniugata ai ritmi del charleston come del blues era dentro di lei e si rispecchiava nelle movenze feline, la gestualità geometrica, i versacci, burle destinate a provocare le ballerine di fila degli spettacoli in cui lei si esibiva e, neanche a dirlo, ad emergere. Da Saint Louis a New-York, risparmiando fino all’osso, accetta di lavorare come sarta allo spettacolo di rivista Shuffle Along. La sua ostinazione viene premiata e prenderà il posto di una cantante del coro; lo spettacolo decolla, Josephine viene notata e portata a Brodway nel ’24 e l’anno successivo, a diciannove anni e semi-nuda, vestita soltanto con un gonnellino di banane, sarà la prima ballerina al “Revue nègre” al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi dove viene accolta come una dea, generando la sua fisicità, il colore della pelle, la libertà con cui guidava la propria vita una curiosità culturale fra gli intellettuali francesi affamati di novità e voglia di rinvigorire “l’anemica cultura europea”.
Lei possedeva gli elementi dell’Art decò e se ne accorsero anche Picasso e Cocto. Josephine Baker, donna di raffinato spessore intellettuale ed estremamente intelligente ed autonoma, comprendendo il richiamo che le sue esibizioni generavano fece ad esso eco sfruttando per sé l’immenso successo che ebbe. Passò senza colpo ferire da numerosi matrimoni, ma quello con Jean Leon nel 1937 aprì nella sua esistenza di artista un nuovo capitolo: si convertì all’ebraismo, e intuendo cosa sarebbe accaduto in Europa a discapito degli Ebrei, decise di mettersi a disposizione del popolo francese che l’aveva accolta e portata in trionfo, al contrario degli americani che l’avevamo dileggiata e discriminata; fino a rifiutarsi di servirle la cena in un locale. Lei quella sera non si scompose, chiamò giornalisti, tv e forze dell’ordine. armando un putiferio, ma portandosi nel cuore la tristezza del paradosso: veniva venerata in tutto il mondo e trattata come un’ appestata nella sua patria! Imparò a guidare l’aereoplano e confidando nell’assenza di controllo dei suoi bagagli, scriveva sugli spartiti con l’inchiostro simpatico le informazioni che catturava frequentando le ambasciate. Molte operazioni ebbero successo soprattutto grazie alla sua attività nel controspionaggio.
Nel 1961, Charles De Gaulle le conferì la Legione D’Onore e la Croix de guerre. Nel 1963, con la divisa militare dell’aeronautica Francese, sfilò a Whashington insieme a Martin Luther King durante la marcia per i diritti dei negri e parlò alla folla riunitasi copiosamente al Lincoln Memorial.

Dopo l’incidente con l’aereoplano, seppe che non avrebbe potuto più avere figli e allora ancora una volta superò i suoi passi ed adottò dodici bambini di etnie e nazionalità diverse: la sua Tribù Arcobaleno la chiamò, dimostrando, oltre che ad avere un cuore grande, che un popolo multietnico può convivere se unito nell’amore. Malgrado avesse guadagnato cifre impensabili per qualsiasi artista uomo o donna dell’epoca, il suo impegno e la sua generosità prosciugarono il suo patrimonio e persino il Castello des Milandes nel sud-ovest della Francia, dove aveva nascosto tutti gli ebrei che era riuscita a salvare, dovette essere venduto per permetterle di pagare i debiti e trasferirsi a Parigi in un modesto appartamento di due stanze insieme ai dodici figli che non avrebbe mai lasciato. Brigitte Bardot, Jaqueline Onassis e soprattutto Grace Kelly si diedero da fare per aiutarla: quest’ultima la accolse in una sua residenza di Monaco e le organizzò nuovi spettacoli. Fu un trionfo! La sera dell’ 11 aprile del 1975 venne trovata esanime per una emorragia celebrale nel suo letto circondata dai giornali che avevano pubblicato recensioni entusiaste per il suo ultimo spettacolo, intitolato appunto Josephine.
