Un’umanità smarrita in “Attesa di giudizio”

CATANIA – È andata in scena al teatro Stabile di Catania la prima di “In attesa” di giudizio di Roberto Andò. Produzione dello Stabile di Catania in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival Napoli Teatro Festival Italia Nuovo teatro di Marco Balsamo. L’esperimento teatrale è un complesso di installazioni umane e citazioni tratti da due testi letterari “È una commedia? È una tragedia?” di Thomas Bernhard e il “Mistero del processo” di Salvatore Satta. La realizzazione ne fa un’opera mirabile, coraggiosa e provocatoria. La scelta scenografica impone una riflessione sulla Giustizia della Giustizia (la Metagiustizia) simboleggiata da filari di gigantesche toghe legali e regali segnatamente marcate da un rosso vivo, orlate di ermellino e legamenti d’oro: se il Mondo è una Giurisprudenza ratificata da un giudice (Antonio Alveario) dall’ avvocato della difesa (Massimo Cimaglia) e dal pubblico ministero (Enzo Campailla) che cos’è la Giurisprudenza? Il diritto sono tutta una serie di codici noiosi? E perché comunque queste leggi in realtà non giudicano nessuno ma solo colui o colei che hanno deciso di accettare questo assenso nell’essere giudicati?
Il primo dialogo assoluto e grottesco è quello di un amabile giurista (il poliedrico Fausto Russo Alesi) scontroso, vivamente deluso dall’applicarsi della sua Norma. Incontra un meraviglioso essere umano (un affascinante e magnetico Filippo Luna): un uomo vestito da donna che sconta una pena, un delitto d’amore, assolto dalla legge, mal giudicato dal suo cuore. “Non è innocente chi è stato assolto: è innocente chi non è stato giudicato”. E per non essere stato giudicato bisogna trovarsi nella condizione dell’essere incontaminato, cioè in uno stato di verginità di spirito e di intenti. Così ci appare il protagonista assoluto e trasversale l’acrobatico e generoso gorilla (Giuseppe Orti) che nell’accogliere l’ignaro spettatore ne preparava l’animo e l’atteggiamento alle più tardi rivelazioni dettate dalla soave voce di Simona Severini che commentando le sue azioni, quelle del gorilla dal testo di De Andrè, provocherà l’attivazione delle Installazioni Umane. Attenti al gorilla: “Quest’oggi me la levo” parlava della verginità di cui ancora viveva schiavo. Il gorilla concede la sua verginità e la sua innocenza a tutti. “Attenti al gorilla” ripetono tutti, subendo chi più e chi meno la marcata onta della sua virilità, non riuscendo quest’ultimo a definire Scimmia chi non lo è, e chi lo è, in verità. E a ben guardare dopo essere stati, i “casi umani”, le statue di cera, “catechizzati” dalla sua innocenza, ci appaiono più vispi e divertiti dopo aver dimostrato la loro immobile e imbustata presenza. Ora è lì che il meraviglioso giurista si chiede: sono gli usi e le consuetudini che dettano al giurista le norme di legge? Continua il testo della canzone “Attenti al gorilla” a farsi strada nella mente del giurista: Fuggono anche le donne dimostrando la differenza tra idea e azione…ma le installazioni del reparto femminile lo sanno? O fanno un voto sacrificale? La vecchia morente si rassegna all’estrema unzione ma il gorilla riconosce nel giudice la sua sacra ed eterna unione: riconosce la Scimmia, il Giudice della creazione. Il disegno geniale della regia orchestrato su uno spazio come quello del cortile del Maschio angioino di Napoli sta (da parte di Roberto Andò) e di Luca Bargagna (che invece ne ha curato la ripresa e l’adattamento in un diverso spazio teatrale classico, come quello del Teatro Stabile di Catania chiuso, stipato, denso), a rappresentare fisicamente la mente, lo spazio virtuale di conscio inconscio e super-io secondo la classica topica freudiana, del giurista protagonista. Dopo essere state risvegliate nel loro sintomatico afrore, le Genti, sono pronte a giudicare Gesù Cristo (una fantomatica sacra sindone nel ruolo di Giovanni Piscitelli) aiutate da Pilato (dal centrato physique du rôle Donatello Nicosia) e da Barabba (un pretestuoso e naturale Carmelo Finocchiaro). Ancora una volta il Giurista gestisce i protagonisti, rivolta “le mute di cani che sentenziano, predittive dei lupi che giustizieranno gli immancabili agnelli sacrificali”. Ancora una volta il giurista giustiziere si ergerà a “cane pastore” gestore ufficiale di una “difficile” “tumultuosa” mandria da domare: una mandria di vittime e carnefici che risolvono nella loro azione delittuosa il loro modo di essere vivi e pronti al cambiamento. È un processo che dura 30 anni quindi è soggetto a narrazione. Narrazione dei fatti che si succedono in cambiamento. E quindi non ha più senso se quei fatti sono successi o continuano a succedere come nei quadri di cera designati in quel tempo stabilito da una rappresentazione teatrale: tanto temuta quanto odiata e bramata dal giurista (sempre Fausto Russo Alesi) e tanto quanto amata, riesumata e ripudiata dall’imputato vestito da donna (sempre Filippo Luna). D’altronde le Installazioni Umane che poi si rappresentano nella loro quotidianità, prima di effettuare i misfatti e nella loro assoluzione mostrano, quando possono, la loro leggiadria: e lì interviene il maestro al pianoforte Vincenzo Pasquariello capace di passare con serenità alle più magiche note di Bach. Le installazioni umane hanno già scontato la loro pena nel restare immobili in un tempo indefinito tra narrazione e prosa a cui sono costretti ad assistere acusticamente. Velati come solo da un telo di Iside o della Sfinge egiziana che tutto può riassumere. Così la donna nuda (Ramona Polizzi) poeticamente violata dal gorilla in questione diventa diritto e sinonimo di estrema unzione. Così il “lettone proverbiale” diventa una tomba matrimoniale con la madre da parapetto (una morbida e accogliente Rita Abela) con la presenza dei figli: il maschio un parabolico Millenial o Generazione Y, Oliver Petriglieri con la femmina, una teen ager perfettamente complementare, la bionda e sinuosa Flora Rossitto. Il padre (Sergio Trefiletti) li uccide e li sovrasta con la sua forza alimentare: il suo perpetuo pensiero, per loro ho dovuto abdicare. Infatti l’atto è quello del soffocamento. Volendo considerare l’idea e l’azione di tutte le vittime e i carnefici: essi attualizzano una nevrosi di soffocamento. Partendo dall’imbustamento in plastiche ermetiche, la rarefazione dell’ossigeno porta ad un’alterazione della respirazione che ispirata al sentimento dell’azione porta al suo compimento. L’uomo dell’Isis (un inappuntabile carnefice in Luciano Fioretto) e la donna dell’Isis (una adorabile vittima in Viviana Militello) artefici di un delitto dove il collo, la gola, la parola, anche se non per soffocamento ma per coltello veniva tagliata, censurata. Passiamo poi al prete irlandese (espressione di un putto di Giambattista Tiepolo in Niall Dowling) a cui attinge con rinnovato turgore e una forma di soffocamento il tenace e coraggioso Salvatore Tornitore. Ancora poi, proprio sotto le gigantesche toghe, un avvenimento di continuo ammonitore: una giovane donna (l’avvenente e sensuale Irene Sposito) affogata in una vasca da bagno dal suo avvenente e sensuale orditore Massimo Giustolisi. Infine, ma solo per ordine di descrizione logistica, una signora anziana (una fastosa e flessibile Carmen Bottari) bella e vispa nel suo albore e un’infermiera (una assertiva Susanna Basile) pronta a spegnere la fiamma col suo candore ed espressione del dramma.
In realtà paradossalmente parlando in questa commedia corale e tragedia intima le installazioni umane loro malgrado e visibilmente ad insaputa della triade giudicante e non legiferante, diventano giudici essi stessi, senza ratificazione. Simbioticamente quindi vittime e carnefici, e arbitrariamente giudici di questa singolare tenzone. Una memorabile farsa; una parodia del genere umano a tratti animale che si è persa nei meandri della sua coscienza: la giustizia della giustizia, nella metagiustizia sinonimo della giurisprudenza o smarrimento umano.

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