Sukkot, i Figli d’Israele ricordano le capanne del deserto in esilio

«Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto» (Levitico 23, 42-43).
Sukkot (letteralmente “capanne”) è la celebrazione religiosa ebraica dei sette giorni (otto in diaspora) che comincia il giorno 15 del mese di Tishri (4-11 ottobre), e prende nome dalla dimora provvisoria (sukkah) in cui il popolo in esilio ha vissuto durante i 40 anni del deserto. È una festività gioiosa (zeman simchateinu — “tempo della gioia rinnovata”). La festa delle capanne inizia cinque giorni dopo Yom Kippur e con essa si celebrano i doni e commemorano i miracoli della protezione divina sui figli d’Israele dopo l’uscita dalla schiavitù d’Egitto. Gli osservanti usano celebrare Sukkot soggiornando nella appositamente costruita “sukkah” all’aperto, nell’ambito della propria abitazione, servendosi di quattro speciali tipi di vegetazione (arba minim): un ramo di palma (lulav), un cedro (etrog), due rami di salice (aravot) e un minimo di tre rami di mirto (hadassim). I primi due giorni sono festa completa (yom tov) ed è vietato lavorare. I giorni intermediari dal 5 all’11 sono mezza festa. A seguire gli ultimi due giorni di Sukkot, dall’11 al 13 ottobre, c’è la festa separata della gioia del dono della Torah: Shemini Atzeret/Simha Torah.
In questo periodo, i Samaritani (שומרונים, shomronim), membri di una comunità israelita di 800 persone circa, stazionata vicino a Nablus nei territori di Palestina, si preparano a festeggiare Sukkot andando il primo giorno in pellegrinaggio al Gerizim, la loro montagna sacra, e a costruire nelle proprie case graticci cui vengono appese dozzine e dozzine di frutti di stagione, creando un vero pergolato di frutti profumati e policromi, tra le sukkot più belle e le più ricche di frutti di tutto il “mondo” ebraico.
I Samaritani, di cui si è già scritto in questa sede, sono una comunità israelita che affonda le sue radici nel territorio da oltre trentacinque secoli. Discendono dalle tribù israelite di Efraim e Manasse, due figli di Giuseppe, e dai sacerdoti leviti dai tempi dell’entrata in Canaan, e vivono in pace e armonia con gli abitanti cristiani e musulmani della Cisgiordania. Sono abitanti semiti stanziati nella Samaria sin dai tempi antecedenti l’esilio babilonese e professano il samaritanesimo, una religione abramitica strettamente correlata all’ebraismo in quanto la loro venerazione per il Dio biblico riflette l’autentica religione degli Israeliti prima del loro esilio a Babilonia. Basano quindi le loro credenze sulla Torah Samaritana conservatasi grazie ai pochi che erano rimasti in Terra Santa, e opposta a quell’ebraismo antico (e contemporaneo) che loro considerano modificato e alterato dagli Israeliti rientrati dalla Babilonia.
Si coglie occasione con questo articolo di annunciare il prossimo arrivo a Catania del primo traduttore in inglese in assoluto della Torah Samaritana, Benyamin Tzedaka, portavoce dei Samaritani nel mondo, che il 17 e il 18 ottobre sarà ospite e terrà delle conferenze a Catania su invito dell’Associazione Culturale ShamarVision.

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