Motta Santa Anastasia: le Motte e le Mote di Sicilia

L’origine del termine “Motta”, quale parte del nome dell’odierna Motta Santa Anastasia, costituisce l’evoluzione del termine originario “Mota”, appartenente al lessico catalano-aragonese del XIII-XIV secolo, che venne inizialmente usato per indicare una specifica caratteristica delle opere di fortificazione-militare adattative alle nuove esigenze difensivo-offensive dettate dall’evoluzione degli strumenti bellici dell’epoca, realizzate dalla fine del XIII secolo nell’odierna Motta Santa Anastasia: così come in altri luoghi il termine Mota si abbinò al nome preesistente del sito, a seguito di tali interventi di fortificazioni. Il termine Mota, che era già presente nel lessico romano, stava ad indicare originariamente sia una malta composta con materiali semplici e facilmente reperibili sui greti dei fiumi, sia e successivamente, modificandosi il termine, il risultato dell’accumulo di detriti al centro di un sito attorno a cui era stato scavato un fossato, quale opera realizzata per intenti difensivi: il materiale tratto dallo scavo del fossato era indicato in “Muchium”. Parimenti il termine latino Mottola, che si sviluppa partendo dagli elementi significanti originari costituiti da Mota e da Muchium, acquisì sostanzialmente il significato di collinetta o di rilevo artificiale con annesse funzioni difensive. Per gli elementi desumibili dalle cronache storiche riferite al XIV secolo, sarà possibile rilevare come il termine Motta, in alcuni siti, sostituirà il termine Castrum o similare: altrove, come a Motta Santa Anastasia il termine Motta si unirà, almeno durante un certa epoca, al preesistente termine Castrum, per motivazioni specifiche, probabilmente legate alla realizzazione di una “Motta” da parte degli Aragonesi che allargava le strutture difensive del Castrum, creando nuovi e specifici spazi protetti per soddisfare le nuove esigenze militari e civili. Dopo l’anno mille, inizialmente le Mote o Motte trovano diffusione sul territorio dell’Italia del nord e, a cominciare dall’XI secolo, hanno una notevole diffusione in tale contesto territoriale, supportate da esigenze o rivendicazioni localistiche, che nei sorgenti comuni italiani rinnoveranno e si coniugheranno alla tradizione di autonomia politico-amministrativa  dei Municipi Romani con cui esisteva una certa continuità socio-culturale e giuridica. L’accentuarsi dell’elemento di autonomia delle popolazioni lombarde, anche all’interno delle Motte, è tale che nel XIII secolo lo steso Imperatore Federico II si trova costretto, come molti dei suoi predecessori, ad intervenire con provvedimenti censori per impedirne la proliferazione o l’eccessivo potenziamento strutturale delle opere difensive, realizzate oltre i limiti strutturali ed autorizzativi consentiti dalla normativa già allora vigente. In Sicilia l’uso del termine toponomastico Mota o Motta, sovente scritto “Moctam o Motam” che, nei documenti redatti in lingua latina, troviamo dalla fine del  XIII secolo ed anche oltre il XV secolo, sia il termine che nell’uso corrente in Sicilia si stabilizzò in Mota (e successivamente in Motta) ad iniziare dalla fine del XIII secolo , così originariamente scritto in lingua catalano-aragonese, indicavano la medesima tipologia di struttura militare difensiva-offensiva legata alle nuove esigenze belliche: coesistendo linguisticamente nello stesso periodo con la forma latina ma differenziandosi in relazione, spesso per esigenze diplomatiche, alla lingua ufficiale usata nei rapporti diplomatici costituita dal latino, così usata in relazione al mittente o al destinatario.

 Le Motte Siciliane e i luoghi intitolati a Santa Anastasia

 La notizia più antica che, nell’ambito geo-politico costituito dall’odierna Sicilia o da quella parte fisica dell’antico Regnum Siciliae a essa corrispondente, riguarda il nome di Santa Anastasia legato a un sito al di fuori dal contesto di notizie relativo a Motta Santa Anastasia, nel caso in specie legato a una struttura religiosa, è costituito dall’indicazione dell’esistenza dell’abbazia benedettina di Santa Anastasia la cui fondazione viene fatta risalire all’anno 1100, come afferma il Fazello quando parla: «dell’abbazia benedettina di Santa Anastasia, a quattro miglia da Castelbuono. Da un decreto risulta evidente che essa venne fondata dal conte Ruggero nell’anno di grazia 1100 e che ha aggregate quattro chiese. Il suo reddito è il seguente – once d’oro 90»(1).

Altro riferimento storico a una struttura religiosa intitolata a Santa Anastasia è costituito dal monastero basiliano di Santa Anastasia, fondato a Mistretta nel 1122(2). Il diploma originale che ha come titolo Privilegiu de Sancta Nastasia. Ratificatio facta a Mattheo Creone de feudo Sanctae Anastasiae: di lu fegho di S. Anastasia, esistente nel luogo chiamato Amistrato (Mistretta), è stato per primo pubblicato dallo Spata che, contrariamente al Townsend indica la struttura che riceve la donazione come un Santuario, anche se nel testo della traduzione viene riportato il vocabolo Monistero. È del 1171 una copia del suddetto diploma riportata dallo Spata, in cui è scritto: «Donatio pheudi S. Anastasiae facta a Mattheo Creone monasterio S.Philippi Fragalatis – donazione greca di S. Anastasia. Concessioni di lo feghu di Santa Anastasia in lo territorio di S. Marco fatta per lo S. Mattheo Creo chi al presenti non si teni».

Sempre nel lavoro dello Spata viene pubblicata la traduzione del testo dei due diplomi che riguardano tale donazione e che, a un certo punto, dice:

E per la spirituale salvezza dei miei genitori e di mio fratello Serico di Creun lo concedo [il feudo di Santa Anastasia; sc.] al monistero di San Filippo di Demenna per esserlo coi confini, onde io stesso li ho segnato. E la croce di propria mano ho scritto, essendo io stesso entro il monistero. E meco comparvero nella limitazione dei confini Uco di Mellerium, e il Visconte Leone […] tarate e Niccolò Bissitune e altri molti e Pandolfo. La divisione dei confini […] Con il monte di erba, di decima e di erbatico; ed avere la libertà di fare nel medesimo luogo un mulino per l’alimento dei fratelli che saranno ivi per essere. Dalla parte di oriente da Bennemere (cioè Bronte) la serra che scende sino al lago di Tzere, e discende la serra verso il torrente sino al mare come scorrono le acque verso la chiesa, e dal mare ritorna come ascende la serra dell’aria verso Bennemere e conchiude dove si fece il principio(3) .

Un altro documento che riguarda una struttura religiosa intitolata a Santa Anastasia, nel caso in specie la chiesa di S. Anastasiae de Grateris, è costituito da un diploma del Pontefice Eugenio III, del 24 febbraio del 1154, che riguarda i possedimenti del vescovato di Cefalù(4).

Numerose dovettero essere le strutture insediative fortificate, simili alle Motte, anche se nel territorio siciliano come abbiamo avuto già modo di notare esse assumevano altri nomi durante il periodo normanno-svevo; di esse molte furono abbandonate in seguito allo spopolamento delle campagne iniziato intorno al 1180 e proseguito, gradualmente, per circa due secoli, mentre altre, nel corso dei secoli, hanno gradualmente modificato l’attributo toponomastico che a volte è scomparso dal nome del sito o è stato modificato. Fu proprio questo fenomeno di abbandono delle campagne iniziato intorno al 1180 ad avviare il processo di forte urbanizzazione delle città siciliane e che inizialmente avrà effetti soprattutto su Palermo e Messina, le cui stratificazioni sociali avranno un costante sviluppo rispetto a Catania che, spesso nel corso della sua storia, dovrà fare i conti con gli effetti devastanti dei molti terremoti che vi sono stati e che ne ha decimato, varie volte, la popolazione: il più distruttivo quello del 1169 (o 1170) allorché morì circa l’80% della popolazione catanese dell’epoca.

Una indiretta testimonianza dell’alto numero di Motte (o comunque di strutture classificabili tali per le loro caratteristiche architettoniche), presenti sul territorio siciliano, e del loro progressivo abbandono si ha intorno al 1374, grazie alla relazione dell’esattore vaticano Bertan du Mazel, pubblicata da Glenisson, che nel passaggio di una sua comunicazione, dice, parlando delle Motte presenti sul territorio siciliano: «le Motte, di cui qualcuna De Novo Abitata»(5). Il passo di Bertan du Mazel conferma, quindi, l’abbandono di diverse ‘Motte’, o strutture similari, esistenti in passato sul territorio siciliano, retaggio di insediamenti dell’epoca normanna nei fondi agricoli risalenti alle antiche divisioni e colonizzazioni normanne del territorio agricolo siciliano, di cui solo qualcuna, nel 1374, risultava essere stata ricolonizzata. L’unico limitato dilemma possibile conseguente alle parole di Bertan du Mazel può scaturire dalla considerazione che l’uso del termine Motta, da parte dell’esattore, possa essere stato attribuito a strutture che, con riferimento alla loro realizzazione in epoca pre-aragonese, nell’Italia peninsulare venivano chiamate Motte, mentre in Sicilia potevano essere indicate con altri nomi; e ciò in quanto il contesto funzionale e d’uso indicato con l’espressione «de novo abitata» richiama fortemente un contesto di struttura fortificata in ambito agricolo che viene riutilizzata. Dato, però, che l’esattore vaticano scrive nel 1374, è condivisibile l’ipotesi che esso indicasse specificatamente le strutture già all’epoca chiamate ‘Mote’. Rimane naturalmente invariata la testimonianza che tali strutture, dopo un periodo di abbandono, nel 1374 vedevano un fenomeno di riattivazione funzionale e nuovi insediamenti.

Nel 1360 esisteva una Motta di San Calogero vicino Brucoli; lo si desume da un privilegio di Re Federico, pubblicato dal Romeo, con il quale «giunge ad autorizzare la costituzione di un covo di pirati alla Motta di San Calogero, vicino Brucoli»(6). Della stessa Motta (Mocta Santi Calogeri) ne parlano sia il Cosentino, sia il Gaudioso che il Maurici. Notizie sulla Motta di San Calogero, riportate nella pubblicazione sui castelli medievali a cura della Regione Siciliana, con il coordinamento di Ferdinando Maurici, dicono che tale struttura fu realizzata verso il 1357, anno nel quale: «re Federico IV si impegna con Ughetto di Lanzano, capitano di naviglio da corsa, che vuole fortificare la mocta Sancti Calogeri a provvederlo, a spese del Lanzano stesso di Muraglie, carpentieri, legname e della milizia necessaria alla protezione degli operai»(7). Una Motta esisteva a Francofonte, come riferito dal Gaudioso, che citando il Gregorio, riporta il testo di un rogito del 1401: «Nos magister Berardus de Paternione iudex Motte Francifontis, Bernardus de Columba Regius Notarius in eadem Motta casual iter existens»(8).

Un’altra Motta era, come lo è ancora, Motta Camastra(9). Di Motta Camastra, oltre il Grassi che ha scritto l’intera storia di tale paese, parla il Bresc, che la cita quale esempio di modello di fortificazione dell’epoca, traendo spunto da un lavoro del Taylor che dice come:

Il casale di Camastra o Crimasta esisteva già alla fine del 1100; verso il 1355, quando il movimento di abbandono degli abitati aperti e sparsi, culmina con il concentramento della popolazione in un numero ridotto di terre [abitati fortificati; sc.], una famiglia occupa Camastra, lo fortifica e lo chiama Mocta Sancti Michaelis; episodi violenti oppongono la Motta alle autorità della vicina Francavilla, dilaniata da lotte di partiti. Questa occasione salva Camastra dal destino di tanti casali; nel primo ’400, infeudata, viene ora chiamata Motta-Camastra; la presenza di una autorità indipendente, prima spontanea e ribelle, poi feudale, capace di difendere il casale contro l’accentramento forzato, dà precisamente la definizione della Motta: un abitato nuovo e fortificato che sostituisce un antico casale(10).

Era una Motta l’attuale località di Mompelieri su cui sorge l’omonimno santuario.

Vi era una Motta, forse, vicino Trapani, ovvero: «La Motta Sant’Angelo (Mocta Sancti Angeli), che sembrerebbe potersi ubicare nell’attuale territorio della provincia di Trapani, viene recuperata al re dalla famiglia Abbate – Michele da Piazza, p. 251»(11). Dell’esistenza di una Motta Sant’Angelo ne riferisce anche il Tirritto(12). Un’altra notizia su questa Motta viene riportata dal Curita che la indica come Mote De S. Angelo e riferendo che nel 1338 era in possesso del conte Francesco Ventimiglia(13).

Vi era una Motta sul promontorio di Pachino, dove sorge ora il paese di Portopalo di Capopassero, o comunque una struttura fortificata che, per le sue caratteristiche architettoniche, venne classificata come una Motta nel XVIII secolo.

Vi era una Motta di Castiglione, come attestano documenti datati tra il 1728 e il 1736 appartenuti al monastero di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l’Arena(14).

Una contrada chiamata Santa Anastasia si trova nel territorio del comune di Randazzo, dove una volta, probabilmente, esisteva l’antica città di Tissa(15).

Vi era un feudo denominato Anastasia avente un reddito stimato in onze 18(16), i cui riferimenti topografici erano il «Fegho lo munti dilla Guardia – territorio di dicta città confinanti cum lo territorio di Castigliuni et cum lo Fegho di Sancta Anastasia (onze 18)»(17).

Una Motta Sant’Agata, altrove indicata come Petra Mocte, esisteva nella Sicilia Meridionale, come riporta il Trasselli(18), di cui il Bresc dice che era un «castello, quasi inaccessibile, Motta S.Agata, vicino Casteltermini, nell’antica baronia di Cammarata. La cima, circondata da dirupi alti più di cento metri, con un unico cammino da capre, porta le tracce di un forte castello, e di un modesto abitato della seconda metà del ’300 segnalato dalle fonti come paese di pastori»(19).

Dall’alto del suo sito posto a 754 metri: il castello di Motta Sant’Agata difendeva il piccolo abitato fortificato già impiantato su un sito naturalmente munito. Sappiamo dai documenti che il centro ebbe un ruolo di una certa importanza nelle lotte intestine del Trecento ma la sua posizione in un territorio agricolo piuttosto povero ha sicuramente favorito il suo precoce abbandono. Inoltre la vicina terra di Cammarata ha probabilmente attirato gli abitanti della scomoda Motta(20) . Di Motta Sant’Agata parla, inoltre, Alba Drago Beltrandi che riferisce come: Il primo documento che ricordi lo storico ed antico maniero La Motta (Sant’Agata) è un diploma del secolo XIV in cui si legge: Nicolaus de Sacca castellanus Castri Mocte Sancte Agathe Districtrus Camerate […] tenendo occupata dictum Castrum et Terra sive moetam, etc. […] Segue il ruolo baronale di Re Martino compilato all’inizio del secolo XV, in cui si legge: Nobilis dominus Notus de Montechateno pro terra Camerate cun castri set feudis Patre Motte et Biviani(21) . Esisteva un Abbate di Sant’Anastasia che, nel 1499, faceva parte del Parlamento Siciliano, all’interno del Braccio Ecclesiastico(22).L’odierna Motta d’Affermo, anticamente detta di Sparto, come dice il Barberi: «Mocta de Sparto alias de Affermo Terra, et Spadari feudum […] per quondam Muchium de Affermo militem antiquis possidebatur […] quondam Iaonne de Affermo, Baro Terre Mocte de Sparto et de Affermo»(23). Nel 1356 «viene costruito, vicino Francavilla, un altro “fortilicium” la “Motta di la Placa”, affidata a Giovanni Mangiavacca, poi all’abbate del monastero della Placa (il basiliano S.Salvatore)»(24). La Motta della Placa viene inserita nell’elenco dei castelli medievali di Sicilia e viene collocata nel territorio del comune di Francavilla di Sicilia, in provincia di Messina(25). Nel 1357 «una Mocta Sancti Nicolai viene costruita e abitata nel territorio di Taormina (poi abbandonata senza lasciare tracce)»(26). Di questa Motta San Nicolò, la cui ubicazione non è del tutto accertata, sappiamo che nel 1357, 4 giugno: «Federico IV nomina Costanzo de Giorgina capitano di guerra con cognizione delle cause criminali della Motta San Nicolò, di recente (de novo) abitata. Il giorno successivo, però, il re comunica agli abitanti, annullando ogni altra nomina, di avere affidato la capitania di Taormina, della stessa Motta San Nicolò e di altri luoghi vicini, al conte di Aidone e cancelliere del regno Enrico Rosso»(27). Un sito non meglio identificato oggi (Salaparuta? Salemi?), nel 1355 viene detta «Terra Sale cum Motta»(28).

Una chiesa di Santa Anastasia era una delle otto chiese suffraganee al Monastero di San Filippo di Fragalà, assieme alle chiese di: San Taleleo, Santo Ippolito, San Niccolò de Petra, Santa Maria la Gullia in Maniace, Santa Maria in Frazzanò, Santo Barbaro di Demenna nel territorio di San Marco, San Filocchio nel territorio di Naso contrada Conturi, Santa Caterina nel territorio di Tortorici(29) .

 

Note bibliografiche

 

 

  1. Tommaso Fazello, Storia di Sicilia, ristampa anastatica, Dafni, Catania 1985, vol. II, p. 805.
  2. Lynn Townsend White, Il monachesimo latino nella Sicilia normanna, ristampa anastatica, Editrice Dafni, Catania 1984, p. 70.
  3. Giuseppe Spata, Le pergamene greche esistenti nel grande archivio di Palermo, Tipografia e legatoria Clamis e Roberti, Palermo 1862, pp. 255-259.
  4. Lynn Townsend White, Il monachesimo latino… cit., p. 295.
  5. Jean Glenisson, Documenti dell’archivio vaticano relativi alla collettoria di Sicilia (1372-1375), in «Rivista di storia della Chiesa in Italia» II, 1948, pp. 225-262.
  6. Rosario Romeo, Storia della Sicilia, Napoli 1980, vol. III, p. 519.
  7. Guglielmo Marino, Motta San Calogero, in Ferdinando Maurici (a cura di), Castelli medievali di Sicilia, Ed. Regione Siciliana, Palermo 2001, p. 104.
  8. Matteo Gaudioso, La questione demaniale in Francofonte, Niccolò Giannota Editore, Catania 1969, p. 18.
  9. Carmelo Grassi, Motta Camastra, Tipografia Agatino Micale, Catania 1905.
  10. Arnold J. Taylor, Three early castle sites in Sicily: Motta Camastra, Sperlinga, and Petralia Sottana, in Henri Bresc, Motta, Sala, Pietra. Un incastellamento medioevale, in «Rivista di Archeologia Medievale», II, 1975, pp. 428-432.
  11. Ferdinando Maurici, Castelli Medievali di Sicilia, Ed. Regione Siciliana, Palermo 2001, p. 447.
  12. Luigi Tirritto, Sulla città e comarca di Castronuovo di Sicilia, Edizioni Leopardi, Palermo 1873, vol. II, p. 309.
  13. Curita Geronymo De Olivan, Anales de la Corona de Aragon, libro VII, pp. 133 retro e sgg.
  14. Archivio di Stato di Catania, Fondo Intendenza Borbonica – inventario Monastero di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l’Arena, p. 88.
  15. Biagio Pace, Arte e civiltà antica, Società Anonima Editrice Dante Alighieri, Milano-Genova-Roma-Napoli 1935, I vol., p. 316.
  16. Giuseppe La Mantia, Codice diplomatico dei Re Aragonesi di Sicilia, a cura di A. Di Stefano e F. Giunta, Officine Grafiche S. Pezzino e F., Palermo 1956, p. 118.
  17. Carmelo Trasselli, Siciliani tra quattrocento e cinquecento, Intilla Editore, Messina 1981, p. 16.
  18. Ibidem.
  19. Henri Bresc, Motta, Sala, Pietra… cit., pp. 428-432.
  20. Ferdinando Maurici, in Elisabeth Lesnes, Motta Sant’Agata, in Ferdinando Maurici, a cura di, Castelli Medievali di… , p. 126.
  21. Giuseppe Gangi Battaglia, Giovanni Vaccaro, Aquile sulle rocce (castelli di Sicilia), Edizioni Mori, Palermo 1968, p. 28.
  22. Antonio Mongitore, Parlamenti Generali di Sicilia, Stamperia de’ SS. Apostoli, Palermo MDCCXLIX, p. 62.
  23. Giovanni Luca Barberi, I Capibrevi, pubblicati da Giuseppe Silvestri, Palermo 1886, pp. 144-145.
  24. Angelo Li Gotti, Notizie su Convicino ( l’Hibla Galatina Sicula la Calloniana romana), detta poi Barrafranca, attraverso nuovi documenti in A.S.S., VIII(1956),pp. 47-150, in Henri Bresc, Motta, Sala, Pietra, Sala …cit., pp.428-432.
  25. Fabio Bortoletti, in Ferdinando Murici, Castelli Medievali di …cit., 253-254.
  26. Cosentino, Codice Diplomatico di Deferico III d’Aragona Re di Sicilia, I, Palermo 1885 ( Documenti per servire alla storia di Sicilia, 1à serie, Diplomatica, IX), pp. 237, 345 e 372, in Henri Bresc, Motta, Sala, Pietra …cit., pp. 428-432.
  27. Ivi, pp. 368-370, in Henri Bresc, Motta, Sala, Pietra …cit., pp.428432.
  28. Henri Bresc, Motta, Sala, Pietra …cit., pp. 428-432.
  29. Giuseppe Spata, Le pergamene greche esistenti nel grande archivio di Palermo, Tipografia e Legatoria Clamis e Roberti, Palermo 1862, p. 169.

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