La Luce e i Colori della Musica

La parola ebraica Migdalor = Faro è composta da Migdal = Torre e Or=Luce.

Con  la parola che sottintende una Torre di Luce abbiamo pensato di introdurre una nuova rubrica al giornale MetroCT, nella quale saranno pubblicati articoli riguardanti gli eventi e le informazioni sulla diffusione della cultura ebraica nei circuiti ufficiali in Italia e nel mondo.

LA LUCE E I COLORI DELLA MUSICA DEL PIANISTA ITALO-ISRAELIANO YAKIR ARBIB IN CONCERTO A CATANIA PER LA GIORNATA DELLA CULTURA EBRAICA

 

“Solo se esprimo me stesso nel mondo più profondo che posso fare, posso toccare le corde di chi mi ascolta.” (Yakir Arbib)

Con il concerto di pianoforte di Yakir Arbib, tenutosi nella suggestiva cornice della Corte del Palazzo degli Elefanti con maxischermo in Piazza Università, si è egregiamente conclusa la Giornata della Cultura Ebraica a Catania, organizzata per il 10 settembre dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Comune di Catania.

Il Recital pianistico Improvvisazione su musiche ebraiche della diaspora ha lasciato senza fiato il pubblico per la bravura del giovane pianista non vedente Yakir Arbib. L’improvvisazione che, secondo lui, è un mistero, un mistero a cui bisogna solo aprirsi e farsi trasportare dalla musica. Il tema del concerto erano improvvisazioni originali basate su melodie estratte da brani classici (come la Sonata per Violoncello No. 2 di Brahms, l’improvvisazione sul Capriccio No. 24 di Paganini) e melodie ebraiche italiane come “Birkàt haCohanim” e “Maoz Tsur”.

Tra brani eseguiti e brevi intermezzi con delicate e interessanti spiegazioni di Arbib, il pubblico si è deliziato anche con il brano “Karma”, una sua composizione, dedicata alla fratellanza, un brano dall’album “Babilon.

“La musica universale non ha lingua né provenienza né proprietà. “ – ha detto Arbib, specificando di essere nato a Gerusalemme “in un ambiente dove c’è  tolleranza e ascolto e dove è importante ascoltarsi l’uno con l’altro”.

L’indiscusso talento Yakir Arbib nasce nel mese di marzo 1989 a Gerusalemme. In un’intervista ha detto che “prima che nascesse, i suoi genitori gli facevano sentire Johan Sebastian Bach” e che il suo “sogno da musicista era di essere organista da chiesa”.

Arbib ha iniziato a studiare pianoforte all’età di 4 anni, ma – caso assai insolito – non ha studiato con una maestra di pianoforte, bensì con una maestra di clavicembalo.

Il suo è un “suono pieno di colori, pieno di timbri”, la sua ricerca pianistica da non vedente una ricerca di “connessione con lo strumento che va al di là del timbro di pianoforte”, con cui egli crea un suo dialogo con il pianoforte e con l’atmosfera con ogni tipo di sala e di pubblico.

Ciò che lo ha influenzato da bambino, e che lo influenza ogni giorno, è la mescolanza di due o più sensi. Per lui ogni giorno della settimana ha un colore suo: “sento un fa e vedo rosso, sento un la e vedo marrone scuro, ogni nota individuale suona in maniera differente a chi ha l’orecchio assoluto”.

L’improvvisazione – afferma Arbib – “mi consente di suonare ai concerti quella musica che né io né il pubblico conosciamo ancora”. Egli ritiene che il compito dell’improvvisatore deve essere il più nudo possibile. Afferma che tutto ciò che ci circonda e non si può esprimere con le parole, viene espresso con la musica.

Arbib entra allo “Sticker Conservatorio di Musica” di Tel Aviv a soli 7 anni. A 14 anni parte la sua attenzione per il jazz, nel 2004 entra nella prestigiosa “Thelma-Yellin Scuola Superiore delle Arti” a Tel Aviv dove continua a studiare jazz con grandi artisti quali Amos Hoffman, Eli Degibri, e i fratelli Cohen.

Nel 2008 ha vinto il Massimo Urbani Jazz International Award.

Nel 2013 si è diplomato al Barklee Colege of Music.

Attualmente sta progettando un software di scrittura musicale e composizione senza interfaccia grafica.

 

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