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I politici siciliani fanno tornare le vecchie province

PALERMO – Questa volta i deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana si sono superati. Con un voto a sorpresa hanno fatto tornare indietro l’isola di anni cancellando sette leggi, mesi di discussioni, referendum e proclami. Le Province tornano come prima, più di prima, con elezioni e compensi a presidenti, assessori e consiglieri. Una scelta che dimostra ancora una volta che i meccanismi della politica, quella siciliana in particolare, siano lontani anni luce dalle esigenze e dalla sensibilità della gente. Solo il Movimento 5 Stelle, un parte del PD e il presidente Rosario Crocetta, hanno votato contro la riforma. Un gran regalo a Beppe Grillo ed a Giancarlo Cancelleri che senza dubbio acquisiscono punti in più in vista delle Regionali del prossimo novembre. Per le Province si dovrebbe votare nella primavera 2018. Il condizionale è d’obbligo perché come accadde nel 2015 e nel 2016 il Governo nazionale potrebbe impugnare la nuova legge perché in contrasto con quella nazionale.
E’ chiarissimo in questo senso l’esponente del PD e assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracoli: «La decisione del Parlamento siciliano di approvare gli articoli della legge che ripristina l’elezione diretta a suffragio universale del Sindaco Metropolitano è una palese violazione della norma nazionale che ha avuto da parte della stessa Assemblea regionale il suggello di grande riforma economico sociale, da applicare anche in Sicilia. Pensare di riportare i cittadini al voto senza che si attenda un riordino della materia da parte dello stesso Parlamento Nazionale, rappresenta uno spot che servirà soltanto a fare propaganda elettorale».
Nell’ordinamento giuridico italiano le fonti di produzione delle leggi sono disposte secondo una scala gerarchica, per cui la norma di fonte inferiore non può porsi in contrasto con la norma di fonte superiore (gerarchia delle norme).
Nel caso in cui avvenga un contrasto del genere si dichiara l’invalidità della fonte inferiore dopo un accertamento giudiziario, e finché non vi è accertamento si può applicare la “fonte invalida”. Non c’è dubbio che il Governo Nazionale sia una “fonte” superiore ad una Regione per quanto essa sia a statuto speciale.
L’articolo 1 sulle “Disposizioni sulla legge in generale” precisa questa gerarchia al cui vertice ci sono “Le leggi costituzionali, che innovano, modificano, integrano o danno attuazione alle norme costituzionali, secondo il procedimento di maggioranza aggravata dettato dall’art. 138 Cost. Esse hanno la stessa forza giuridica della Costituzione ed analoga, illimitata competenza; le leggi ordinarie, il cui procedimento di formazione, ex artt. 70 ss. Cost., prevede che esse siano deliberate dal plenum delle due assemblee e che siano, dunque, il risultato della concorde volontà di Camera e Senato; le leggi regionali che, esplicando potestà normativa riconosciuta alle Regioni dalla Costituzione, si avvicinano sotto il profilo formale e procedurale alle leggi ordinarie dello Stato. Esse possono disciplinare solo le materie che non rientrano tra quelle in cui lo Stato ha legislazione esclusiva (art. 117 Cost.), in ossequio al principio di sussidiarietà. Alle Regioni è attribuita una potestà legislativa che può essere esclusiva, concorrente o di attuazione (con essa le Regioni si limitano ad adattare la normativa statale già esistente alle proprie necessità)”.
Resta dunque da chiedersi: cui prodest tutto ciò? Visto che i nostri parlamentari pensano di potere emanare leggi “superiori” a quelle dello Stato perché non tentano, almeno in maniera provocatoria, di abolire gli effetti delle varie Leggi di Stabilità e magari anche cancellare tasse, imposte e balzelli nazionali?

 

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