Disoccupazione, vero dramma dell’Italia

Il dramma italiano della disoccupazione giovanile continua a non occupare la priorità di una classe politica che purtroppo non sembra abbondare di “giganti”.
Quanto influisca sulla disoccupazione l’uso crescente della robotica è oggetto di contrastanti opinioni.
Nel 2001 la Federal Reserve Bank che pure aveva evidenziato una storica correlazione positiva fra innovazione ed occupazione, specie grazie alla crescita del terziario, rivelò tuttavia che alcuni analisti cominciavano a temere che le nuove “intelligenze artificiali” potessero avere “inedite” conseguenze negative sulla forza lavoro, inclusa quella qualificata.
Proprio nel settore terziario tanta forza lavoro è stata prosciugata dal progresso informatico, come in banche ed assicurazione, dove un computer può gestire il lavoro di centinaia di persone.
Già nel 1930 J.M. Keynes aveva avvertito: “siamo oggetti di una nuova malattia di cui sentiremo molto parlare in futuro, la disoccupazione tecnologica”.
E nel 2013 il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco ha affermato: “con la robotica ci sarà una grandissima perdita di posti lavoro più di routine, che non sarà compensata dall’aumento di lavori in ricerca e innovazione. Ci sarà una mancanza di potere d’acquisto che possa sostenere l’aumento incredibile di produzione”.
E il compianto prof. Luciano Gallino, critico dell’austerità europea, produttrice di 26 milioni di disoccupati e 120 milioni di cittadini a rischio povertà, segnalava che “tra il 2010 e il 2012 l’Italia, dopo la Germania, è stata il maggior acquirente europeo di robot industriali, più del doppio di Gran Bretagna, Francia e Spagna. Si tratta di una “frattura” inedita ed epocale, che mette in discussione il valore stesso del lavoro di cui ridondano i sacri testi di economia”.
Il filosofo Massimo Cacciari si è cosi espresso: “occorre liberarci da questa etica del lavoro che è propria ormai di civiltà primitive e ci deve essere un reddito sicuro per tutti, proveniente dalla ricchezza prodotta dalle macchine”.
Tesi contestate evidentemente da coloro che continuano ad accumulare fortune grazie alla sostituzione del lavoro con le macchine.
A contestare la “fine del lavoro”, tra gli altri, Irene Tinagli, economista, il Center for Economic Research di Londra, il capo del F.M.I Branchard, l’economista Robert Solow. Si sostiene, in sintesi che storicamente le innovazioni tecnologiche, piuttosto che minacciare, hanno aumentato il numero di occupati.
E’ vero che inizialmente gli addetti in agricoltura sono diminuiti, ma sono passati all’industria e poi, quando anche nell’industria sono diminuiti, sono passati ai servizi.
In sostanza il lavoro, con il progresso tecnologico, non è stato minacciato ma è semplicemente cambiato, trovando nuovi e più numerosi sbocchi.
Le temporanee contrazioni occupazionali sarebbero solo la conseguenza delle cicliche depressioni economiche o dello stretto tempo necessario a spostare la forza lavoro da un settore all’altro, dipendente quest’ultimo fattore dalla bontà o meno dei sistemi formativi.
Tali argomenti, difficili da far digerire a un giovane disoccupato siciliano o greco, meritano la buona volontà di qualche approfondimento.
Il fatto che un evento (lo spostamento della forza lavoro da un settore all’altro) si sia storicamente ripetuto, non significa che si ripeterà necessariamente in futuro.
Alcuni eventi, alcuni equilibri, appartengono alla memoria, non si sono più ripetuti: come la schiavitù legale, la cui abolizione agli antichi appariva una stupida utopia, o il potere di autodistruggersi che l’energia atomica ha dato all’ uomo, cosa prima impensabile, quando le leggi della natura non potevano essere minacciate certo dall’uomo.
Ora è vero che il lavoro bene o male c’è sempre stato, cambiando ad un certo punto di settore, ma ora che le intelligenze artificiali renderanno superflui tanti lavori anche nel settore dei servizi e che saranno in grado di funzionare come e meglio di un cervello umano, questo lavoro a quale settore passerà, una volta cacciato via anche dal terziario?
Il lavoro è stato, ed è tuttora, un valore indiscusso da cui gli imprenditori hanno tratto prosperità, ed i lavoratori dignità.
Ma se un giorno, cosa che appare sempre meno fantascientifica, anche lavori finora considerati inaccessibili ai robot, come quello di badante, infermiere, persino chirurgo e ricercatore, dovessero veramente essere svolti da queste intelligenze artificiali che senso avrebbe accettare differenze abissali nella distribuzione della ricchezza, in nome del merito di chi se l’è conquistata, e del contributo che tale merito ha dato al benessere collettivo?
E che senso avrà sostenere che le disuguaglianze sono comunque salutari, perché premiano il merito, e creano tanta ricchezza, di cui le briciole potranno andare anche agli “sfigati”?

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