Concerto con Uto Ughi al Teatro Massimo Bellini

Autore: Francesca Lo Faro
Nel 2009 uscì il film di Radu Mihaileanu “Il Concerto”. La pellicola ebbe molti riconoscimenti, ma fondamentale per il suo successo fu la colonna sonora – il Concerto in re maggiore op. 35 di Cajkovskij – una composizione presentata al Teatro Massimo di Catania, nell’ambito della Stagione estiva, con Salvatore Percacciolo direttore d’orchestra e un solista di grande pregio: il violinista Uto Ughi.
Il successo era prevedibile con rigore matematico: una star della musica + grande repertorio + orchestrali del Bellini + prezzi popolari = teatro gremito e sorrisi, sebbene una variabile fuori programma, cioè la pioggerella, abbia dirottato all’ultimo momento gli spettatori dal Teatro Antico al Bellini, per stare al chiuso.
Si rischia la retorica nel dire che il concerto è stato un autentico spettacolo popolare, uno di quelli che ti farà dire «io c’ero». I superciliosi avranno certo qualcosa da ridire, ma pure loro devono riconoscere che Uto Ughi riesce sempre a far valere le sue capacità di virtuoso. Suona con trasporto. Il pubblico gli chiede il bis e lui concede lo studio n.° 24 dai Capricci di Paganini, un pezzo che dà al solista l’occasione di rivelare le possibilità espressive e tecniche del violino.
«I Capricci – spiega Uto Ughi rivolto alla platea – furono scritti da Paganini per lo studio della tecnica trascendentale» L’uso dell’aggettivo “trascendentale”, in campo musicale, sta ad indicare una scrittura virtuosistica estremamente ardua e di particolare effetto. Ma quest’aggettivo, nella sua etimologia, significa anche ciò che va oltre, che oltrepassa l’immanente per attingere ad una ulteriore realtà “trascendente”. E trascendente è Uto Ughi sul palco. Tiene gli occhi socchiusi, non suona per il pubblico ma per una sua esigenza spirituale. In lui c’è qualcosa di religioso, nel senso di un legame con il sacro che avviene attraverso la musica. Il suo approccio con lo strumento è mistico e la sua forza interpretativa trascende la tecnica.
Il suoi violini sono già entrati nella leggenda: uno Stradivari del 1701 (Kreutzer) e un Guarneri del Gesù del 1744, già appartenuti ad artisti che li hanno custoditi, suonati, amati. Uto Ughi ha aggiunto un ulteriore valore, storico e artistico, a tali strumenti, che hanno per lo meno un’anima materiale, intendendo per “anima del violino” il pezzetto di legno, poco più grande di uno stuzzicadenti, che unisce la tavola al coperchio e determina il suono.
Forse nel mondo interiore di Uto Ughi risuona ancora la figura della madre, una veggente che dal 1937 ebbe esperienze mistiche. La Sacra congregazione del Sant’Uffizio intervenne nel 1943. L’anno dopo nasceva il suo primo figlio, destinato alla celebrità. La biografia di questa donna è una finestra spalancata, che lascia intravedere una realtà più grande sulla quale però, per delicatezza, non indugiamo: la materia è incandescente e il maestro Uto Ughi non l’ha mai rivelata, neppure nell’autobiografia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti potrebbe anche interessare...