La leggenda dei Blue Oyster Cult

Imaginos (1988) doveva essere il “Dark Side of the Moon” dei Blue Oyster Cult. È stato uno dei dischi cult per antonomasia, di cui si vociferava e sul cui conto aleggiavano leggende sin dalla costituzione dei B.O.C. Il “concept album” per eccellenza. Doveva essere un doppio LP che conteneva il “progetto” iniziale “Blue Oyster Cult” di Sandy Pearlman: giornalista, critico musicale, poeta, compositore, docente universitario.

La storia: Pearlman scrive poemi su una sua particolare concezione dell’umano divenire, secondo cui dietro le vicende dell’umanità hanno da sempre tessuto le loro oscure trame una conventicola di esseri non di questo mondo. Extraterrestri? Pseudo-divinità? Forse creature extra dimensionali. Essi seguono solo i loro occulti interessi, non esitando a manipolare i governi, le economie, gli equilibri di potere, arrivando addirittura a far scoppiare guerre. Pearlman, a meta degli anni ’60, decise di fondare un gruppo musicale, che diffondesse il suo verbo. Riunì dei musicisti rock e propose il nome “Soft White Underbelly”, estrapolandolo da una frase di Churchill. Poi lo cambiò in Blue Oyster Cult, da uno degli appellativi con cui, secondo lui, era conosciuta quell’organizzazione di esseri.

Caso volle che i cinque newyorkesi scelti per la band fossero poco interessati alle elucubrazioni di Pearlman (pare che lui ne fosse proprio convinto!), ma molto appassionati (e molto dotati!) alla musica rock. Lui voleva esordire con, appunto, un concept album che raccontasse la storia arcana di questi “invisibles” dagli albori dell’umanità sino ai tempi recenti, e di come fossero dietro ai peggiori drammi e agli avvenimenti epocali, tramite anche i loro agenti occulti, umani trasformati tra i quali spicca un certo “Imaginos”!

I musicisti, come detto, non erano interessati a questo progetto, ma vollero lo stesso andare avanti utilizzando molte delle liriche e delle tematiche di Pearlman e varando così quello che il mondo del rock conoscerà come “Blue Oyster Cult” e facendo nascere, nel contempo, la leggenda sotterranea di quest’album mai realizzato.

Passano gli anni, molti brani di quel mitico doppio album confluiscono negli LP che man mano i B.O.C. pubblicano. Sul finire degli anni ’70 il sodalizio fra Pearlman e i Blue Oyster Cult si interrompe, e dal gruppo, poco dopo, esce pure Albert Bouchard, il batterista, il quale era sempre stato l’unico interessato all’attuazione del concept album. Allora egli decide di realizzarlo e inizia a reclutare musicisti e a rispolverare i brani originali: certo, molti erano già stati utilizzati, quindi l’album sarebbe stato, per forza di cose, un singolo. Bouchard cerca nel frattempo anche di interessare gli ex colleghi: ma non c’è niente da fare, da quell’orecchio non ci sentono proprio.  Passa il tempo, l’album va avanti ma lo stile è un po’ diseguale (per via delle alterne collaborazioni di cui si avvale Bouchard) e, purtroppo, le parti vocali proprio non vanno. A un certo punto avviene l’imponderabile (che ci sia stato l’intervento del fantomatico Imaginos?), Eric Bloom, il cantante del B.O.C., prende le basi, va in sala d’incisione e in poco tempo completa con il suo cantato tutti i brani fornendo pure una prova che supera tutte le sue precedenti interpretazioni.

È il 1988 e l’album “Imaginos” vede la luce, a nome Blue Oyster Cult e non di Albert Bouchard come doveva essere. Non è più ovviamente un doppio, ma un singolo (molti brani sono già stati incisi, anche se per l’occasione vengono rifatti e inseriti “Astronomy”, qui in una versione più intimista e meno rockeggiante e “Subhuman”, ribattezzato “Blue Oyster Cult”). Il mitico album è finalmente una realtà ed è bellissimo, il migliore rispetto a tutta la produzione passata… e chissà come sarebbe stato se avesse visto la luce integro. Infatti in molti lo considerano un lavoro “monco”, un’occasione mancata. Ma nonostante tutto è un lavoro epocale, un altro punto d’arrivo nella storia del rock. Ogni brano è perfetto e si incasella a meraviglia nell’affresco del racconto di una umanità manovrata ed in balìa di forze occulte, dove si inserisce la storia tragica e personale di Imaginos (un parallelo lo troviamo nella stupenda serie a fumetti di Grant Morrison “The Invisibles”, anch’essa basata su una organizzazione che occultamente, a più livelli, guida le sorti del consorzio umano, contrastata da un altro gruppo esoterico dall’aspetto naïf e meno “inquadrato”). Anche la copertina dell’album, nel suo suggestivo bianco e nero, è azzeccatissima.

I brani: si parte con “I am the one you warned me of“, dall’incedere rallentato e steso su un tappeto di chitarre cupamente martellanti e ritmanti, in cui viene narrata la creazione di Imaginos/Desdinova; segue “Les Invisibles“, dallo stile siderale che riprende lo scandito del brano precedente rendendolo ancora più ipnotico, per poi confluire “In the Presence of Another World”, che apre con uno stupendo arpeggio pacato ed evocativo che esplode in un ritmo trascinante di chitarra e cori; si passa, quindi, per “Del Rio’s Song“, parentesi in cui si scarica la tensione, per giungere al capolavoro nel capolavoro “The Siege and the Investiture of Baron von Frankestein’s Castle at Weisseria“, un’esplosione di drammaticità e di pathos, con la voce che urla “He was me, and I was called” alla quale fanno da contrappunto dei cori da brivido, in cui il pianoforte lotta e si insinua splendidamente nel muro sonico costruito dalle chitarre (la chitarra solista qui è del grande ospite Joe Satriani!).

L’altro capolavoro del disco è la nuova versione di “Astronomy“, dal chiaroscuro intimista dove, anche qui, il coro scandisce in maniera superba il ritmo dall’atmosfera espressionistica su cui è costruito il pezzo.

Gli altri brani, sempre ad altissimo livello, sono “Magna of Illusion”, “Blue Oyster Cult (remake di “Subhuman”)” e “Imaginos”.

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